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"Memento Domine - Ricordati o Signore"

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"Quell'"amara' unità d'Italia

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data news: 18 ott 2011

NAPOLI - SABATO 22 OTTOBRE h.18,00 SALA DEL CHIOSTRO DI SANTA MARIA LA NOVA

Nell’ambito delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia proponiamo il cosiddetto:         

           PROCESSO A:

Quell’amara Unità d’Italia

Con questa operazione si tende a rendere una lettura puntuale  della storia, e ciò attraverso una visione spettacolare dei fatti intervenuti.

Il processo, rievocando le ragioni dei protagonisti in causa e assicurando loro, attraverso validi avvocati, una dovuta difesa, tende anche a dare ai giovani la giusta visione dei fatti che, sia pure con molte e grandi sofferenze per il Sud  dell’Italia, comportarono, comunque, quel bene, oggi irrinunciabile, costituito dall’Unità del nostro Paese. La sentenza verrà emessa, nel corso del processo, dal pubblico presente in sala

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Preliminarmente il Giudice – Historicus illustra le ragioni che hanno portato al presente processo con riferimento alle ricerche storiche contenute nel libro “Quell’”Amara” Unità d’Italia”.

Successivamente il Cancelliere dà lettura dell’atto di accusa nei confronti degli imputati.

Prende la parola il Pubblico Ministero per il suo atto di accusa nel quale chiede di riconoscere la colpevolezza di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini con le condanne che la legge prevede per i rispettivi reati e le attenuanti per gli ultimi due; chiede invece l’assoluzione per Francesco II, per incapacità di azione.

Prende la parola la parte civile, difensore del popolo offeso.

Seguono le arringhe difensive degli imputati Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, Mazzini e Francesco II per i quali i rispettivi avvocati chiedono di riconoscere l’innocenza.

Prende la parola la difesa dell’imputato Francesco II di Borbone del quale chiede ugualmente di riconoscere l’innocenza.

Entra il rappresentante dei Briganti ed effettua dichiarazioni spontanee.

In ultimo entra la Brigantessa che illustra le ragioni che hanno portato una donna ad armarsi ed affrontare la  dura “vita della montagna”.

Il Giudice – Historicus riassume gli interventi e invita i cittadini presenti (giuria popolare all’americana) di emettere il proprio giudizio sugli imputati attraverso un foglio, preventivamente distribuito, e nel quale essi saranno invitati ad emettere la sentenza.

Durante lo spoglio potranno essere rivolte, da parte del pubblico, domande specifiche sui fatti esposti.

 

SPOGLIO DELLE SCHEDE E LETTURA DEL VERDETTO 

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data news: 23 mag 2011

Risposta di una "sudista" a Galli della Loggia di Dora Liguori

 Risposta di una "sudista" a Galli della Loggia

                                                                                     di Dora Liguori

 

In un articolo a firma Ernesto Galli della Loggia, apparso recentemente su Style (rivista collegata al Corriere della Sera) dal titolo "Il momento dei veri patrioti", l'ineffabile Galli così si esprime nei confronti di quelli che lui ritiene  "dall'altra parte della barricata",  ossia di quelli che si sono sobbarcati l'onere e l'onore, e aggiungerei il coraggio (visto che si va controcorrente), di far riemergere da una congiura del silenzio, e con documenti alla mano, i reali avvenimenti che intercorsero prima e dopo il fatale decennio 1860-70.

Dice, ordunque il Galli della Loggia, riferendosi a quelli oltre le "barricate": "…… i quali nel nostro caso sono per un verso i nostalgici sudisti che s'inventano un Regno di Napoli che non è mai esistito e guardano a Camillo Benso di Cavour, come a un criminale di guerra".

   Prima osservazione, una persona con un minimo di attenzione e oserei dire di buon senso non può definire, spregiativamente, le popolazioni (come diceva il d'Azeglio) che risiedono oltre il Tronto, dei "sudisti", ma al limite "italiani del Sud",  (sempre che il Galli ci ritenga almeno italiani). Inoltre, per sua  informazione, vorrei rammentargli che il termine "sudista" fu usato, e anche allora con disprezzo, dal Nord per definire gli appartenenti agli Stati del Sud, nella Guerra di Secessione americana. 

Seconda osservazione, non siamo noi ad esserci inventati "un regno di Napoli che non esiste" bensì è lui che, in quanto a storia, si è, come dire, un attimo distratto. Infatti sull'esistenza del citato regno e sui valori di Napoli, nel periodo pre-unitario, quale grande capitale del regno medesimo, esistono inoppugnabili tonnellate di documenti. Pertanto, viste le sue affermazioni, sembrerebbe che l'unico ignorante (nel senso che ignora) sia proprio lui. Identicamente vorrei ricordare che, magari, a non esistere, sia stato proprio il "risorgimento". Infatti il termine è stato coniato a posteriori.

Per quanto poi attiene a Cavour, è indubbio che egli possa essere definito, per acume, uno dei più grandi politici di tutti i tempi. Ciò non toglie, però, che, lo statista piemontese, pur di fare gli interessi del suo Stato e di un re che, peraltro, lo odiava cordialmente, in maniera del tutto spregiudicata e senza remore, abbia orchestrato la distruzione e il danno, usando tutti i mezzi (soprattutto quelli illeciti), dei restanti stati italiani e soprattutto del Regno delle due Sicilie. E per questo precipuo interesse non mancò di far invadere, sottomettere e, di seguito, massacrare, senza uno straccio di dichiarazione di guerra, il Meridione d’Italia e le sue pacifiche popolazioni. La storia ci racconta che Cavour non fu testimone diretto dei massacri, non peritandosi di scendere al Sud  ma, come si suol dire “non poteva non sapere” le azioni delinquenziali di cui ai primi del 1861, si stava macchiando l'esercito piemontese agli ordini del famigerato generale Cialdini ed altri. A contestargli queste violenze vi saranno due testimoni indiscutibili: Giuseppe Garibaldi e Massimo d’Azeglio.  

 Le sopracitate azioni, e per molto meno, oggi verrebbero, appunto, definite "crimini di guerra" con regolari processi ai responsabili ... E allora?

Detto questo vorrei aggiungere che, da sempre, sono una convinta assertrice dei valori dell'Unità nazionale ma quando, disgraziatamente, mi capita di leggere le parole “affettuosamente” scritte da "certi fratelli" mi corre l'uzzolo (per dirla alla toscana) di iniziare a guardare con simpatia la condizione di "figlia unica".

                                                                                                        D.  L.  

P.S.     Comprendiamo che Galli della Loggia, facendo parte del Comitato Nazionale dei Garanti per le Celebrazioni, non possa esimersi dal pensarla in una certa maniera, ma di qui ad esagerare, rischiando di compromettere, con ciò, la sua credibilità di Professore di Storia Contemporanea … ce ne vuole! Inoltre, per il corrente italiano, la frase “nostalgici sudisti” non è grammaticalmente e logicamente corretta, in quanto potrebbero essere dei nostalgici solo coloro che, avendo vissuto un determinato periodo, ne provino, a posteriori, rimpianto. Appare ovvio che nel 1860 noi … non c’eravamo! Pertanto la nostra può essere solo una difesa d’identità.

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data news: 16 set 2011

Ippolito deve morire! di Dora Liguori

Ippolito deve morire!

                                     (Storia della prima strage di Stato dell’Italia unita)

 

                                                                                                                      di Dora Liguori

 

       Il 12 marzo 1861, pochi giorni prima dell'insediamento del nuovo Parlamento italiano e annessa proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d'Italia , partiva una nave passeggeri, la “Ercole”, dal porto di Palermo con direzione Genova, città nella quale, però, la nave non ebbe mai la fortuna di attraccare per il semplice motivo che all'altezza, più o meno, del Golfo di Napoli, la Ercole sprofondò non già nel mare ma ... nel nulla. Infatti della nave e dei suoi passeggeri non si trovò nessun relitto, nessuna suppellettile, neppure una tavola di legno e nemmeno un indumento: nulla di nulla! In parole povere si sarebbe potuto dire che la Ercole non fosse mai esistita e che la sua partenza da Palermo fosse stata soltanto un'invenzione o, come avviene, per quanti percorrono il deserto, il frutto di un miraggio.

      Ma, tralasciando osservazioni colorite e miraggi vari, essendo la nave, senza ombra di dubbio, realmente esistita, le autorità, volenti o nolenti, non poterono esimersi dall’avviare, al fine di spiegare una sparizione tanto misteriosa quanto repentina, almeno uno straccio d’inchiesta. Infatti qualcosa doveva essere pur successo e quel qualcosa, per i termini in cui si presentava, diveniva sempre più misterioso e soprattutto imbarazzante.

      L’imbarazzo nasceva dal fatto che di lì a pochi giorni si sarebbe inaugurato il primo Parlamento del nascente regno d'Italia, e la storia dell’Ercole costituiva, per le autorità sabaude, un reale problema dai contorni tanto poco limpidi che era meglio non affrontare.

      Ma, purtroppo per i funzionari addetti, il silenzio fu rotto, e costoro, sia pure senza troppo clamore, furono costretti ad avviare quello straccio d'inchiesta. E ciò per rispondere non solo alle sollecitazioni dei parenti delle vittime che chiedevano notizie sulla misteriosa sparizione della nave ma anche per rispondere alle tante, neppure troppo velate, malevoli dicerie che iniziavano a girare.  

      Alla fine per fugare tutta una serie di inquietanti illazioni vennero coniate "ad hoc" una serie di congetture che, essendo alquanto balorde, finirono con lo smentirsi da sole. Una delle ipotesi consisteva nel presupporre che qualcuno avesse voluto emulare il povero Pisacane, il quale anni prima, per porre in essere la sua sventurata spedizione al Sud, aveva, con autentico atto di pirateria, dirottato verso Ponza una nave passeggeri postale, il “Cagliari”, che faceva rotta per la Tunisia.  

      Premesso che non essendo l’Ercole una barchetta, se l’ipotesi del dirottamento fosse stata vera, per quanto lente fossero le comunicazioni, la cosa si sarebbe comunque dovuta presto risapere; e poi Pisacane per dirottare la nave passeggeri aveva avuto almeno un suo motivo. Nel caso dell'Ercole, invece, motivi specifici non apparivano esserci.

      E allora?

      Allora, sempre con il pensiero volto all'avvicinarsi del fatidico 17 marzo, i “poveri”  funzionari, onde non creare una turbativa in un momento tanto delicato per i Savoia, decisero di chiudere la vicenda addossando la colpa a Nettuno che, invaso, come ci racconta la mitologia, spesso da improvvisa quanto tremenda ira, aveva nel suo furore inabissato repentinamente la nave fra impietosi marosi. Il caso, quindi, andava chiuso sotto la voce di "naufragio per cause naturali" e … amen!

      Archiviata così, e in tutta fretta, la poco opportuna vicenda, sempre i solerti funzionari sabaudi, dimentichi del dolore degli increduli e disperati parenti, ritennero di poter tranquillamente volgere lo sguardo a Torino e allo splendido avvenimento che stava per interessare mezza Italia e che avrebbe celebrato, come detto, la vincente casa Savoia. 

      Ma a turbare l’appena conquistata pace dei funzionari, giunsero improvvide alcune testimonianze. Nello specifico le dichiarazioni provenivano dai marinai di un'altra nave, i quali raccontarono come, trovandosi sulla stessa rotta, avessero avvistato la Ercole navigante in acque tranquille al largo di Napoli, senza che a turbare la navigazione vi fossero avvisaglie di temporali. Caso contrario, vista la vicinanza delle due navi, il temporale avrebbe investito anche loro.

      La cosa, risaputa in giro, ridiede, come c’era da aspettarsi, forza a tutta una serie di malevoli supposizioni, suffragate, pare, da chi, dalla vicenda del naufragio, ne usciva particolarmente danneggiato. Costui era nientemeno che Garibaldi!  

       Infatti il generale, appresa la notizia della sparizione dell’Ercole, fuori dalla grazia di Dio, rinforzò la tesi del mistero e, in appoggio alla testimonianza dei suddetti, da marinaio di lungo corso quale egli era, affermò che una nave che affondi per naufragio, fatalmente lascia, come sopra accennato, sparsi, in acqua, dei relitti. Non essendosi invece reperito, nelle vicinanze dell’ipotizzato naufragio, neppure un fazzoletto si doveva dedurre che, al posto di Nettuno fosse intervenuto qualcuno o meglio qualcosa che aveva un nome terribile: esplosivo; e che il tutto fosse stato finalizzato per non far giungere a destinazione, ossia a Torino,  un carico particolare che risultava essere prezioso e determinante proprio per gli interessi del Generale.

      E allora … allora vista la preziosità del carico qualcuno aveva dato una spintarella chiamata esplosivo per far totalmente sparire la nave. Infatti solo una esplosione particolarmente violenta sarebbe stata capace di spaccare la nave a metà, raggiungendo l’obiettivo di un affondamento repentino, e senza tracce.

      Una simile supposizione, vista la fonte autorevole dalla quale si diceva partisse, risultò essere ancora più deflagrante o meglio devastante di quanto poteva essere successo sulla povera nave; e per quanto si tentasse di minimizzarlo, lo scandalo iniziava ad assumere notevoli proporzioni … e fortuna che telefoni, radio e televisione non fossero stati ancora inventati altrimenti … altrimenti dopo la nave, il prossimo che rischiava di sparire sarebbe stato Garibaldi.

      Per chi s’appresta a leggere questa vicenda, forte solo delle conoscenze scolastiche, è chiaro che il caso possa apparire illogico. Infatti il quadro che ci è stato rappresentato è quello dei cosiddetti padri della patria, cioè quattro uomini idillicamente uniti: Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini e Garibaldi, per affettuosamente “fare l’Italia”. La realtà è invece assolutamente diversa, poiché un mare di documentazione, sin qui accuratamente coperta da quasi tutti gli storici di professione, ci racconta, invece, come fra i quattro esistesse un odio ed una intolleranza feroce, apparentemente superata solo dall’interesse che nutrivano soprattutto i primi due. Senza mezzi termini Vittorio Emanuele odiava il suo primo ministro, e l’odiava perché Cavour era a lui superiore per intelligenza politica ed altro; il re identicamente mal sopportava Garibaldi che definiva, gentilmente “un avventuriero”; e per quanto riguarda Mazzini, non solo non lo digeriva, ma se solo avesse potuto sarebbe stato ben felice di dare seguito alla condanna a morte comminata, all’ideologo, dal padre Carlo Alberto; e ciò valeva anche per Garibaldi, identicamente condannato alla pena capitale. Tra l’altro il “ buon” Vittorio amava tanto Mazzini che, vale la pena di  rammentare, come a Italia unita e già avanti negli anni, lo facesse arrestare e rinchiudere nella fortezza di Gaeta.

      Detto questo di Vittorio Emanuele, a onor di verità, occorre aggiungere che, a sua volta, Garibaldi, dopo un iniziale innamoramento con relativa iscrizione alla Giovane Italia, ormai evitava più della peste il suo già maestro Mazzini in quanto, lo riteneva responsabile del disastroso esito della “Repubblica Romana” del ’49. E ciò a causa dei bislacchi ordini che in tale occasione, aveva impartito Mazzini, il quale essendo un teorico era del tutto inadeguato a dirigere operazioni di guerra. Anzi a dirla tutta Peppino Garibaldi opinava di “Pippo” (nomignolo di Mazzini) quanto segue: “vuol fare le rivoluzioni a tavolino e, in aggiunta, non ne capisce un ca …”

      Questo, dunque, il felice panorama nel quale s’erano andati a maturare gli eventi dell’Ercole. Come c’era da aspettarsi l’imbarazzo degli alti gradi di casa Savoia, dinanzi alle illazioni che ormai giravano,  fu grande, e nonostante il falso rispetto che tutti fingevano di avere per Garibaldi, gli diedero del folle.

      Comunque, non essendo stata l’ipotesi dell’esplosivo formulata solo da Garibaldi, fu d’uopo dare una qualche spiegazione circa, appunto, l’ipotesi della bomba. In parole povere venne risposto che se qualcuno avesse posto, come veniva detto, una bomba sulla nave essa sarebbe esplosa subito nel porto di Palermo e non dopo ore (ufficialmente non esistevano ancora i congegni ad orologeria). Premesso che anche allora non sarebbe stato impossibile trovare un folle che, salito a Palermo, covasse in core di divenire un “suicida per la gloria” e si facesse saltare in aria, unitamente alla nave, al momento giusto, occorre aggiungere che comunque non era affatto vero che mancassero le cosiddette bombe ad orologeria. Tale congegno, infatti, pur molto diverso da come oggi possiamo intenderlo, ossia messo a punto con rudimentali sistemi (vedi utilizzazione dei fagioli), era a conoscenza della polizia perché già utilizzato da molteplici gruppi eversivi, dimostrando d’essere in grado di poter funzionare. Pertanto l’ipotesi dell’esplosivo, subito scartata dall’autorità, era invece da ritenersi plausibile.

      Cosa dunque portava le autorità a non prendere in considerazione la pista dell’esplosivo?

      Di ragioni ce n’erano mille, poiché l’evenienza di una bomba significava avvalorare la tesi di una strage premeditata che invece si voleva assolutamente negare, mentre restava molto più comodo asserire che la nave fosse naufragata per palese … malasorte.

      Ma ormai il dado delle supposizioni era stato tratto e nessuno iniziò a credere più a quanto ufficialmente veniva detto. S’iniziò quindi a cercare chi fosse quel qualcuno che poteva avere  precisi interessi, e quel qualcuno portava diretti ad un ben orchestrato delitto di Stato con l’aggravante della strage di incolpevoli passeggeri. E qui scatta la domanda che avrebbe potuto mettere molti nell’imbarazzo: cui prodest?

      Ovvero qual’era lo Stato al quale giovava la sparizione e l’affondamento totale della nave e soprattutto del suo carico?

      Mettendo da parte il maggiore indiziato “Regno di Piemonte e Sardegna”, l’interesse era di molti poiché, come era avvenuto per la conquista del Sud, anche per l’Ercole s’erano sciaguratamente incontrati più interessi riuniti che avevano finito per, inesorabilmente, decretare una condanna spietata: Ippolito deve morire!

      Questi schematicamente gli antefatti della vicenda misteriosa. Ma, ciò detto, per meglio comprendere occorre dire chi era e perché mai dovesse morire il povero Ippolito.

      Ippolito Nievo, era nato a Padova, nel 1831, da un’ottima famiglia veneta, e sin dai primi anni aveva dimostrato di possedere un’intelligenza fuori dalla norma, tanto da fare di lui, giovanissimo, un brillante avvocato e, soprattutto un più che promettente scrittore. Purtroppo per lui, era anche un grande idealista o, come si suol dire, uno spirito inquieto e benché avesse avuto già tutto: nobiltà, denaro e fama, prima si spese a fare arrabbiare gli austriaci che, per un racconto risultato indigesto, lo misero sotto processo; e poi, per non farsi mancare proprio nulla, un bel giorno pensò bene di seguire anche  Garibaldi. E così dopo una prima esperienza al seguito del suo idolo, fatta nei “Cacciatori delle Alpi” durante la seconda guerra d’indipendenza, si ritrovò a partire anche da Quarto, direzione Marsala, con l’amato Generale.

      In genere si dice che gli onesti si riconoscono e Garibaldi, che disonesto non era, riconobbe subito nel giovane Nievo l’uomo giusto e sufficientemente pignolo al quale affidare la gestione di un tesoro, le cui proporzioni erano tali da poter risolvere la spedizione dei Mille. In sintesi trattavasi di quei tre famosi milioni di piastre turche che, come dai ritrovamenti fatti dallo studioso Di Vita, a Edimburgo, negli archivi massonici, erano stati raccolti dalle varie logge internazionali per finanziare, appunto, la famosa spedizione, che tutto era fuorché, come ancora oggi vogliono farci credere, improvvisata.

      A questi milioni si erano aggiunti, dopo la presa di Palermo, anche i ducati del “Banco di Sicilia”; e il tutto era stato rigorosamente registrato e gestito dallo scrupoloso garibaldino Nievo che, puntualmente, annotava l’esborso delle varie spese, corruttele comprese,

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data news: 24 feb 2011

PERCHE’, IO MERIDIONALE, NON POSSO FESTEGGIARE IL 17 MARZO di Dora Liguori

Il giorno 17 Marzo 1861, come è ormai noto, a Torino, s' inaugurava il primo Parlamento italiano e s'inaugurava in modo davvero anomalo poiché mentre, da una parte si affermava di voler glorificare quello che doveva essere il primo Parlamento frutto della bella intervenuta unità dell'Italia, dall'altra parte Vittorio Emanuele, per rendere chiaro che di annessione, invece, del Sud al Regno del Piemonte trattavasi, non si peritava di cambiare  neppure il numero della legislatura. Infatti, se davvero si fosse parlato di un nuovo regno, con pari dignità fra Nord e Sud, e non di semplice annessione, la legislatura del nuovo Regno d'Italia, avrebbe dovuto iniziare con il numero uno. Analogamente Vittorio Emanuele II re di Piemonte e Sardegna (proclamato da Cavour, re d’Italia) avrebbe dovuto assumere la denominazione di Vittorio Emanuele I re d’Italia.

Purtroppo non erano queste le intenzioni di Vittorio e dei notabili piemontesi, per i quali nulla di rimarchevole era successo. Infatti, per essi, il regno sabaudo aveva soltanto, e fortunosamente, inglobando la quasi totalità della penisola, allargato i suoi confini e acquisito nuove ricche colonie.

Pertanto che motivo c'era d'interrompere la numerazione delle legislature e della dinastia?

E se poi questo allargamento stava provocando un massacro nel meridione (parole di Garibaldi) ... poco male! Ciò rientrava nei normali eccessi che sempre accompagnano (si badi bene) le guerre di conquista e non certo le azioni di affettuosa e voluta fratellanza.    

Viste, dunque, queste inoppugnabili premesse, io, meridionale, ritengo di non poter festeggiare, così motivando la mia scelta: 

- non posso festeggiare perche non v'è nulla di cui essere fieri se qualcuno, ipocritamente definitosi fratello, viene a conquistare la mia terra e mi riduce a somiglianza di colonia africana;

- non posso festeggiare perché l'unione (bella e sacra se altrimenti attuata) non fu indolore ma comportò azioni particolarmente dolorose e violenti, tali da distruggere il mio popolo;

- non posso festeggiare perché i massacri si ricordano, non con le feste, ma soltanto con la pietà e il rispetto;

- non posso festeggiare perché sarebbe davvero insopportabile fare delle feste, dimenticando quei tanti giovani che nel Sud, e anche nel Nord, caddero a cagione di una guerra fratricida (ammesso che siamo davvero fratelli); guerra che è stata intrapresa e combattuta, non per degli ideali (anzi bandendoli) bensì per poco lodevoli interessi internazionali e rinsanguamento delle ... finanze dei Savoia;

- non posso festeggiare perché a causa delle spietate azioni repressive dei vertici dell'esercito piemontese, immensa fu l' umiliazione e la sofferenza vissuta dalla popolazione del Sud;

- non posso festeggiare perché similmente sarebbe ingiurioso non ricordare le sofferenze subite dai calabresi, lucani e campani, ingiustamente trascinati in catene nei lager del novarese, ove tutti trovarono una tremenda morte;

- non posso festeggiare perché migliaia di uomini e donne del Sud furono fucilati senza processo dai nuovi fratelli sabaudi;

- non posso festeggiare perché la miseria e il terrore che hanno fatto seguito alla cosiddetta unione, hanno comportato un esodo epocale della mia gente verso paesi lontani; gente che mai, prima di allora, aveva lasciato la sua terra;

- non posso festeggiare perché sarebbe davvero demenziale fare delle feste in ricordo della distruzione di un grande regno culturalmente e industrialmente all'avanguardia, quale appunto era la mia terra;

- non posso festeggiare perché tutti gli eventi succedutisi all'Unità, alla fine, hanno comportato, per i meridionali, l'umiliazione di divenire degli extracomunitari in patria;

- non posso festeggiare finché le teste di poveri meridionali continuano ad essere esposte, senza pietà e a testimonianza della genetica propensione delinquenziale che avrebbero le genti del Sud, in quell'abominevole luogo che è il museo Lombroso. Un oscenità di cui non si è macchiato neppure Hitler;

- non posso festeggiare  perché la "damnatio memoriae" voluta dai vincitori, privandomi della memoria storica, mi ha condannato anche a non possedere una storia. E un popolo senza storia è un popolo che non esiste!

Pertanto, io meridionale, il 17 Marzo non posso festeggiare un qualcosa che mi ha condannato a essere ... nessuno!

                                                                                                                         D.L.

 

P.S.     Non mi risulta che la Polonia abbia mai espresso la volontà di festeggiare l'invasione di Hitler a Danzica, e ciò anche alla luce di quanto ne è seguito soprattutto per gli Ebrei, deportati e massacrati nei lager. Perché allora, noi meridionali, dovremmo festeggiare l'invasione del Piemonte e la fine che, in conseguenza di questa violenza militare, hanno fatto migliaia di calabresi, lucani e campani, anch'essi, appunto, brutalmente deportati nei lager del novarese dal "buon" Vittorio Emanuele? O per caso, se le deportazioni riguardano il popolo ebreo ciò costituisce un abominevole e delinquenziale crimine contro l'umanità (e lo è); e se invece ad essere deportati e massacrati sono dei meridionali, costoro non meriterebbero né pietà né rispetto, anzi se ne dovrebbe festeggiare il martirio?

Non festeggiamo dunque ma celebriamo il 17 marzo rendendo un pietoso ricordo a tutte le vittime incolpevoli che, da Nord a Sud, furono sacrificate e perirono per questa, già vagheggiata nei secoli, Unità. Nel contempo, al di fuori delle fastidiose retoriche, sottolineiamo che, proprio per l'alto tributo di  dolore che essa comportò, soprattutto nel martoriato Sud, questa Unità dovrebbe, oggi, essere davvero difesa e onorata da tutti, quale imprescindibile valore nazionale. 

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