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18 ott 2011

NAPOLI - SABATO 22 OTTOBRE h.18,00 SALA DEL CHIOSTRO DI SANTA MARIA LA NOVA

Nell’ambito delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia proponiamo il cosiddetto: PROCESSO A: Quell’amara Unità d’Italia

23 mag 2011

Risposta di una "sudista" a Galli della Loggia di Dora Liguori

In un articolo a firma Ernesto Galli della Loggia, apparso recentemente su Style (rivista collegata al Corriere della Sera) dal titolo "Il momento dei veri patrioti", l'ineffabile Galli così si esprime nei...

16 set 2011

Ippolito deve morire! di Dora Liguori

(Storia della prima strage di stato dell'Italia unita) Il 12 marzo 1861, pochi giorni prima dell'insediamento del nuovo Parlamento italiano e annessa proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d'Italia ,...

Archivio Eventi e News 2011


   Dopo le strampalate ultime fiction ( vedi Anita Garibaldi) ritenevamo che, alla luce dell’imperante ostruzionismo operato nel 2011 circa gli avvenimenti che hanno caratterizzato l’Unità d’Italia ( visti sempre dalla parte del Nord o se preferite dei vincitori), noi “sudisti” ( la definizione è di quel “tenerone” di Cazzullo) fossimo al riparo da ulteriori vergognose fiction. Purtroppo la televisione di Stato, incurante del canone che pagano anche i cittadini del Sud, ha ritenuto di non doversi far mancare l’occasione di offendere duramente appunto il Sud. E sin qui, visti i tempi e le offese quotidiane che ci pervengono, la cosa poteva anche essere prevedibile. Ma ridicolizzare un personaggio che, in bene e sia pure qualche volta anche in male, ha fatto la storia della resistenza meridionale (un’ autentica guerra civile) , rappresenta qualcosa di davvero intollerabile. Pertanto, quella su Carmine Crocco, trasmessa Domenica 12 e Lunedì 13 Febbraio, è una fiction che, oltre ad essere diseducativa ( in quanto di storicamente vero c’è ben poco), riduce a personaggio da giornaletto rosa o se preferite da scadentissimo “ feuilleton”, quella che invece fu la storia di un uomo che, nel tenere testa ai piemontesi (che ricordiamo avevano invaso proditoriamente le terre del Sud), ebbe a possedere delle indubbie capacità di stratega militare e, a modo suo, una ben determinata grandezza.

Prima di proseguire con l’analisi degli obbrobri della fiction desidero precisare che faccio parte di quelle persone che ritengono inviolabile il concetto di Unità italiana ( pur se per quanto mi riguarda inizio a non esserne più tanto sicura) e ugualmente ritengono che, per dovere di onestà mentale verso la Storia, non si possa attentamente valutare quanto avvenuto nella penisola italica, senza affrontare correttamente anche il fenomeno Liberale. Infatti appare indubbio che, volendo essere scevri da pregiudizi e oleografie varie, visioni quanto mai dannose della Storia, per compiutamente comprendere la “ conquista del Sud”, e prima di stigmatizzare o enfatizzare Garibaldi e Mazzini, si debba volgere una precisa attenzione a quelli che furono i prodromi (prima combattuti e poi abilmente sfruttati dai Savoia) di un movimento, anche filosofico che, sin dagli inizi del settecento, reclamava una società all’insegna di un modo diverso di concepire l’uomo, cioé la “ragione” e il “libero pensiero”, ossia la “società dei lumi”. Movimento che toccò il suo apice dirompente con la Rivoluzione francese.

Infine, quella che l’illuminismo auspicava era una società che, affrancata dalle monarchie assolute o paternaliste ( come nel caso dei Borbone), fosse in grado di ottenere un modello antico di repubblica o almeno una monarchia di tipo costituzionale. Questa dunque fu la miccia che nel 1848 fece esplodere l’Europa intera e che non fu compresa a pieno da alcuni monarchi, fra i quali il pur meritevole Ferdinando II di Borbone e suo figlio Francesco II. Quest’ultimo infatti ereditò un regno già minato che si disintegrò, non già per opera di pochi liberali, bensì a causa di un pensiero ormai vincente e soprattutto a causa di rilevanti e ben organizzate forze straniere che intendevano, sfruttando i pochi idealisti, fare i propri e tutt’altro che leciti interessi. Alla fine volevano sostituire un potere con un altro…il loro!

Questa la motivazione che condannò il Sud e che, per la spregiudicatezza dei vertici militari piemontesi, si tramutò poi in un autentico bagno di sangue per le popolazioni del Sud che, da allora, ebbero a perdere sovranità del territorio, dignità, e che prive anche di una verità storica continuano ad essere sfruttate ed offese ancora oggi.

Senza questa analisi è impossibile anche capire le azioni spesso contraddittorie e anche controverse di Crocco: soldato borbonico per bisogno di sussistenza; disertore per motivi, racconta lui, d’onore ( aveva ucciso un sergente) nonché di nuovo omicida, sempre a sua detta, per vendicare l’onore della sorella. Tutte storie mai comprovate poiché di questi omicidi non v’è traccia nella condanna a 19 anni di lavori forzati, per reati legati alla sua attività di brigantaggio, che ebbe ad infliggergli, nel 1854, la gran Corte Criminale della Basilicata. E ancora lo vediamo garibaldino ( aveva riacquistato la libertà fuggendo dalle carceri di Brindisi), scelta non certo patriottica ma figlia della grazia promessa, da Garibaldi, a quanti, non in pace con la giustizia, lo avessero seguito e per lui combattuto. Infine, dopo il fallimento di queste promesse di amnistia, per delusione capo brigante, anzi generale borbonico detto….”’o generalissimo”. Pertanto un passato non proprio tranquillo e adamantino… ma anche il passato di Garibaldi lasciava a desiderare. Ebbene qualunque siano stati i suoi trascorsi, la grandezza di Crocco si appalesa allorché seppe coalizzare la rivolta del Sud, la rivolta di tanta povera gente che nessuno meglio di lui poteva comprendere, essendo quella la sua gente ed avendo, da sempre, anche lui bisogno di giustizia sociale e riscatto.

E se il Sud voleva riprendere la sovranità nella sua terra, invasa, violata e depredata nessuno più di Crocco possedeva le capacità strategiche necessarie per vincere quella che ormai era divenuta una guerra civile.

Di tutto questo, delle battaglie del Generalissimo, nella fiction pochissimi accenni, solo scaramuccie, a dispetto della storia, quella vera, che attraverso documenti inoppugnabili ci consegna uno scenario di guerra ben diverso: Crocco, a capo di nemmeno duemila uomini, insieme al fido Ninco–Nanco, insuperabile genio della cavalleria, sconfiggere ripetutamente l’esercito piemontese, nonché mettere in fuga l’arcifamoso “ Savoia Cavalleria”. Forse che gli autori televisivi, rappresentando queste battaglie, temevano, anche dopo 150 anni, di offendere il Nord? E dire che per queste sconfitte, con tremende perdite umane, Vittorio Emanuele stava quasi decidendo di abbandonare la “ bella impresa”.

Poi, la sorte maligna o chissà quale valutazione, consigliarono a Crocco, nella fredda mattina del21 Novembre 1861 , giunto alle porte di Potenza , ad un passo dalla vittoria finale, di suonare la ritirata e non dare l’affondo sulla città. Fu l’inizio della fine! E questo permane ancora l’irrisolto mistero di quella che fu definita “’a rivolta de’ pezz’ ‘n culo”!

Resta però indubbio che Crocco seppe ben rappresentare la suprema ribellione di un popolo che, frastornato, chiedeva di morire almeno padrone della sua terra. Dunque, un uomo ben lontano dai connotati grotteschi consegnatici dalla fiction, con risibile quanto falsa storia d’amore annessa, un uomo che divenuto capo di una rivolta disperata e sanguinaria, in un Sud barbaramente martoriato, seppe ad un certo momento, rappresentare l’unica vera speranza di riscatto del popolo, l’unica possibilità concreta di capovolgere la storia. Pertanto una televisione che ignora la grandiosità dell’ avventura terrena di Crocco, è qualcosa che intende offendere il popolo meridionale poiché lo priva, delegittimandolo e denigrandolo, di quella che fu la sua immane sofferenza e la sua tragica epopea.

Lasciamo dunque dignità al Sud e a Carmine Crocco e rivediamone la storia finalmente alla luce di un’attenta analisi che, nel rendere verità e giustizia, racconti al mondo come, per misteriosi disegni del destino e per un coacervo di interessi e situazioni, egli e il popolo meridionale, siano stati condannati a perdere. Ma questo non ci sembra un buon motivo per umiliare e negare la storia dei vinti!

A riprova di una continua volontà di mortificazione del Sud, al termine della fiction, gli autori attraverso i titoli di coda, con assoluta spregiudicatezza, hanno la bontà di informarci che i fatti rappresentati non corrispondono alla realtà. Come voleasi dimostrare, noi del Sud, siamo talmente ritenuti a livello di “de minimis” da non possedere neppure il diritto alla verità.

D.L.

P.S. A quando una fiction con Garibaldi che s’innamora della figlia di Vittorio Emanuele e magari un Mazzini che cena e balla alla corte dei Savoia.

 

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Nell’ambito delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia proponiamo il cosiddetto:         

           PROCESSO A:

Quell’amara Unità d’Italia

Con questa operazione si tende a rendere una lettura puntuale  della storia, e ciò attraverso una visione spettacolare dei fatti intervenuti.

Il processo, rievocando le ragioni dei protagonisti in causa e assicurando loro, attraverso validi avvocati, una dovuta difesa, tende anche a dare ai giovani la giusta visione dei fatti che, sia pure con molte e grandi sofferenze per il Sud  dell’Italia, comportarono, comunque, quel bene, oggi irrinunciabile, costituito dall’Unità del nostro Paese. La sentenza verrà emessa, nel corso del processo, dal pubblico presente in sala

Saluti Istituzionali Nazionali e Regionali

 

        Processo a“Quell’amara Unità d’Italia”

 

  Il tribunale speciale del Popolo, innanzi alla storia, chiama

a rispondere dei  loro comportamenti:

 

VITTORIO EMANUELE II di SAVOIA

CAMILLO BENSO CONTE DI CAVOUR

GIUSEPPE GARIBALDI

GIUSEPPE MAZZINI

FRANCESCO II DI BORBONE

 

La Corte sarà composta dal:

 

Giudice - Historicus: Prof.ssa Dora Liguori

 

Pubblico Ministero: Dott. Vincenzo Pietropinto

Cancelliere:              Dott. Luigi Majetta

Avvocato del Popolo (Parte civile): Avv. Leopoldo Catena

 

Avvocati della Difesa

Vittorio Emanuele II              Avv. Gennaro Esposito

Camillo Benso di Cavour                      ″

Giuseppe Garibaldi                Avv. Antonio Conte

 Giuseppe Mazzini                                ″

Francesco II di Borbone        Avv. Marcello D’Aiuto

 

Rappresentante dei Briganti  Arch. Santino Campagna

La brigantessa                        Assunta Nigro 

 

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Preliminarmente il Giudice – Historicus illustra le ragioni che hanno portato al presente processo con riferimento alle ricerche storiche contenute nel libro “Quell’”Amara” Unità d’Italia”.

Successivamente il Cancelliere dà lettura dell’atto di accusa nei confronti degli imputati.

Prende la parola il Pubblico Ministero per il suo atto di accusa nel quale chiede di riconoscere la colpevolezza di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini con le condanne che la legge prevede per i rispettivi reati e le attenuanti per gli ultimi due; chiede invece l’assoluzione per Francesco II, per incapacità di azione.

Prende la parola la parte civile, difensore del popolo offeso.

Seguono le arringhe difensive degli imputati Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, Mazzini e Francesco II per i quali i rispettivi avvocati chiedono di riconoscere l’innocenza.

Prende la parola la difesa dell’imputato Francesco II di Borbone del quale chiede ugualmente di riconoscere l’innocenza.

Entra il rappresentante dei Briganti ed effettua dichiarazioni spontanee.

In ultimo entra la Brigantessa che illustra le ragioni che hanno portato una donna ad armarsi ed affrontare la  dura “vita della montagna”.

Il Giudice – Historicus riassume gli interventi e invita i cittadini presenti (giuria popolare all’americana) di emettere il proprio giudizio sugli imputati attraverso un foglio, preventivamente distribuito, e nel quale essi saranno invitati ad emettere la sentenza.

Durante lo spoglio potranno essere rivolte, da parte del pubblico, domande specifiche sui fatti esposti.

 

SPOGLIO DELLE SCHEDE E LETTURA DEL VERDETTO

 

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data news: 18 ott 2011

NAPOLI - SABATO 22 OTTOBRE h.18,00 SALA DEL CHIOSTRO DI SANTA MARIA LA NOVA

Nell’ambito delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia proponiamo il cosiddetto:         

           PROCESSO A:

Quell’amara Unità d’Italia

Con questa operazione si tende a rendere una lettura puntuale  della storia, e ciò attraverso una visione spettacolare dei fatti intervenuti.

Il processo, rievocando le ragioni dei protagonisti in causa e assicurando loro, attraverso validi avvocati, una dovuta difesa, tende anche a dare ai giovani la giusta visione dei fatti che, sia pure con molte e grandi sofferenze per il Sud  dell’Italia, comportarono, comunque, quel bene, oggi irrinunciabile, costituito dall’Unità del nostro Paese. La sentenza verrà emessa, nel corso del processo, dal pubblico presente in sala

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Preliminarmente il Giudice – Historicus illustra le ragioni che hanno portato al presente processo con riferimento alle ricerche storiche contenute nel libro “Quell’”Amara” Unità d’Italia”.

Successivamente il Cancelliere dà lettura dell’atto di accusa nei confronti degli imputati.

Prende la parola il Pubblico Ministero per il suo atto di accusa nel quale chiede di riconoscere la colpevolezza di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini con le condanne che la legge prevede per i rispettivi reati e le attenuanti per gli ultimi due; chiede invece l’assoluzione per Francesco II, per incapacità di azione.

Prende la parola la parte civile, difensore del popolo offeso.

Seguono le arringhe difensive degli imputati Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, Mazzini e Francesco II per i quali i rispettivi avvocati chiedono di riconoscere l’innocenza.

Prende la parola la difesa dell’imputato Francesco II di Borbone del quale chiede ugualmente di riconoscere l’innocenza.

Entra il rappresentante dei Briganti ed effettua dichiarazioni spontanee.

In ultimo entra la Brigantessa che illustra le ragioni che hanno portato una donna ad armarsi ed affrontare la  dura “vita della montagna”.

Il Giudice – Historicus riassume gli interventi e invita i cittadini presenti (giuria popolare all’americana) di emettere il proprio giudizio sugli imputati attraverso un foglio, preventivamente distribuito, e nel quale essi saranno invitati ad emettere la sentenza.

Durante lo spoglio potranno essere rivolte, da parte del pubblico, domande specifiche sui fatti esposti.

 

SPOGLIO DELLE SCHEDE E LETTURA DEL VERDETTO 

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FESTIVAL DEL
TEATRO SOCIALE
Proscenio Aggettante



MEMENTO DOMINE
Azione teatrale in un atto dall’omonimo libro di DORA  LIGUORI
Castrocaro Terme
Grand Hotel Terme - Padiglione delle Feste mercoledì 7 Settembre h. 20,30
Raiworld Production – CRT Vallo della Lucania
Fitel Campania



con la partecipazione di
VITO CESARO
nel ruolo de “ O’Monaciello “

Interpreti in ordine di apparizione:

Barista: EDUARDO DI LORENZO
Aldrigo: ANTONIO SPAGNUOLO
Maria Sofia di Borbone: ASSUNTA NIGRO
Argenzia: CAROLINA DAMIANI
Crocco: EDUARDO DI LORENZO
Ufficiale:GENNARO MALANDRINO

regia di
ELEONORA RAIMONDO

Tecnico audio-luci: RAFFAELE RISTALLO
Assistenti di produzione: ITALO CICCARONE, ANTONIO FERNICOLA
& ALESSANDRO DEL PLATO
 

 

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data news: 31 mar 2011

Risposta di una "sudista" a Galli della Loggia di Dora Liguori

 Risposta di una "sudista" a Galli della Loggia

                                                                                     di Dora Liguori

 

In un articolo a firma Ernesto Galli della Loggia, apparso recentemente su Style (rivista collegata al Corriere della Sera) dal titolo "Il momento dei veri patrioti", l'ineffabile Galli così si esprime nei confronti di quelli che lui ritiene  "dall'altra parte della barricata",  ossia di quelli che si sono sobbarcati l'onere e l'onore, e aggiungerei il coraggio (visto che si va controcorrente), di far riemergere da una congiura del silenzio, e con documenti alla mano, i reali avvenimenti che intercorsero prima e dopo il fatale decennio 1860-70.

Dice, ordunque il Galli della Loggia, riferendosi a quelli oltre le "barricate": "…… i quali nel nostro caso sono per un verso i nostalgici sudisti che s'inventano un Regno di Napoli che non è mai esistito e guardano a Camillo Benso di Cavour, come a un criminale di guerra".

   Prima osservazione, una persona con un minimo di attenzione e oserei dire di buon senso non può definire, spregiativamente, le popolazioni (come diceva il d'Azeglio) che risiedono oltre il Tronto, dei "sudisti", ma al limite "italiani del Sud",  (sempre che il Galli ci ritenga almeno italiani). Inoltre, per sua  informazione, vorrei rammentargli che il termine "sudista" fu usato, e anche allora con disprezzo, dal Nord per definire gli appartenenti agli Stati del Sud, nella Guerra di Secessione americana. 

Seconda osservazione, non siamo noi ad esserci inventati "un regno di Napoli che non esiste" bensì è lui che, in quanto a storia, si è, come dire, un attimo distratto. Infatti sull'esistenza del citato regno e sui valori di Napoli, nel periodo pre-unitario, quale grande capitale del regno medesimo, esistono inoppugnabili tonnellate di documenti. Pertanto, viste le sue affermazioni, sembrerebbe che l'unico ignorante (nel senso che ignora) sia proprio lui. Identicamente vorrei ricordare che, magari, a non esistere, sia stato proprio il "risorgimento". Infatti il termine è stato coniato a posteriori.

Per quanto poi attiene a Cavour, è indubbio che egli possa essere definito, per acume, uno dei più grandi politici di tutti i tempi. Ciò non toglie, però, che, lo statista piemontese, pur di fare gli interessi del suo Stato e di un re che, peraltro, lo odiava cordialmente, in maniera del tutto spregiudicata e senza remore, abbia orchestrato la distruzione e il danno, usando tutti i mezzi (soprattutto quelli illeciti), dei restanti stati italiani e soprattutto del Regno delle due Sicilie. E per questo precipuo interesse non mancò di far invadere, sottomettere e, di seguito, massacrare, senza uno straccio di dichiarazione di guerra, il Meridione d’Italia e le sue pacifiche popolazioni. La storia ci racconta che Cavour non fu testimone diretto dei massacri, non peritandosi di scendere al Sud  ma, come si suol dire “non poteva non sapere” le azioni delinquenziali di cui ai primi del 1861, si stava macchiando l'esercito piemontese agli ordini del famigerato generale Cialdini ed altri. A contestargli queste violenze vi saranno due testimoni indiscutibili: Giuseppe Garibaldi e Massimo d’Azeglio.  

 Le sopracitate azioni, e per molto meno, oggi verrebbero, appunto, definite "crimini di guerra" con regolari processi ai responsabili ... E allora?

Detto questo vorrei aggiungere che, da sempre, sono una convinta assertrice dei valori dell'Unità nazionale ma quando, disgraziatamente, mi capita di leggere le parole “affettuosamente” scritte da "certi fratelli" mi corre l'uzzolo (per dirla alla toscana) di iniziare a guardare con simpatia la condizione di "figlia unica".

                                                                                                        D.  L.  

P.S.     Comprendiamo che Galli della Loggia, facendo parte del Comitato Nazionale dei Garanti per le Celebrazioni, non possa esimersi dal pensarla in una certa maniera, ma di qui ad esagerare, rischiando di compromettere, con ciò, la sua credibilità di Professore di Storia Contemporanea … ce ne vuole! Inoltre, per il corrente italiano, la frase “nostalgici sudisti” non è grammaticalmente e logicamente corretta, in quanto potrebbero essere dei nostalgici solo coloro che, avendo vissuto un determinato periodo, ne provino, a posteriori, rimpianto. Appare ovvio che nel 1860 noi … non c’eravamo! Pertanto la nostra può essere solo una difesa d’identità.

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data news: 28 mar 2011

Ippolito deve morire! di Dora Liguori

Ippolito deve morire!

                                     (Storia della prima strage di Stato dell’Italia unita)

 

                                                                                                                      di Dora Liguori

 

       Il 12 marzo 1861, pochi giorni prima dell'insediamento del nuovo Parlamento italiano e annessa proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d'Italia , partiva una nave passeggeri, la “Ercole”, dal porto di Palermo con direzione Genova, città nella quale, però, la nave non ebbe mai la fortuna di attraccare per il semplice motivo che all'altezza, più o meno, del Golfo di Napoli, la Ercole sprofondò non già nel mare ma ... nel nulla. Infatti della nave e dei suoi passeggeri non si trovò nessun relitto, nessuna suppellettile, neppure una tavola di legno e nemmeno un indumento: nulla di nulla! In parole povere si sarebbe potuto dire che la Ercole non fosse mai esistita e che la sua partenza da Palermo fosse stata soltanto un'invenzione o, come avviene, per quanti percorrono il deserto, il frutto di un miraggio.

      Ma, tralasciando osservazioni colorite e miraggi vari, essendo la nave, senza ombra di dubbio, realmente esistita, le autorità, volenti o nolenti, non poterono esimersi dall’avviare, al fine di spiegare una sparizione tanto misteriosa quanto repentina, almeno uno straccio d’inchiesta. Infatti qualcosa doveva essere pur successo e quel qualcosa, per i termini in cui si presentava, diveniva sempre più misterioso e soprattutto imbarazzante.

      L’imbarazzo nasceva dal fatto che di lì a pochi giorni si sarebbe inaugurato il primo Parlamento del nascente regno d'Italia, e la storia dell’Ercole costituiva, per le autorità sabaude, un reale problema dai contorni tanto poco limpidi che era meglio non affrontare.

      Ma, purtroppo per i funzionari addetti, il silenzio fu rotto, e costoro, sia pure senza troppo clamore, furono costretti ad avviare quello straccio d'inchiesta. E ciò per rispondere non solo alle sollecitazioni dei parenti delle vittime che chiedevano notizie sulla misteriosa sparizione della nave ma anche per rispondere alle tante, neppure troppo velate, malevoli dicerie che iniziavano a girare.  

      Alla fine per fugare tutta una serie di inquietanti illazioni vennero coniate "ad hoc" una serie di congetture che, essendo alquanto balorde, finirono con lo smentirsi da sole. Una delle ipotesi consisteva nel presupporre che qualcuno avesse voluto emulare il povero Pisacane, il quale anni prima, per porre in essere la sua sventurata spedizione al Sud, aveva, con autentico atto di pirateria, dirottato verso Ponza una nave passeggeri postale, il “Cagliari”, che faceva rotta per la Tunisia.  

      Premesso che non essendo l’Ercole una barchetta, se l’ipotesi del dirottamento fosse stata vera, per quanto lente fossero le comunicazioni, la cosa si sarebbe comunque dovuta presto risapere; e poi Pisacane per dirottare la nave passeggeri aveva avuto almeno un suo motivo. Nel caso dell'Ercole, invece, motivi specifici non apparivano esserci.

      E allora?

      Allora, sempre con il pensiero volto all'avvicinarsi del fatidico 17 marzo, i “poveri”  funzionari, onde non creare una turbativa in un momento tanto delicato per i Savoia, decisero di chiudere la vicenda addossando la colpa a Nettuno che, invaso, come ci racconta la mitologia, spesso da improvvisa quanto tremenda ira, aveva nel suo furore inabissato repentinamente la nave fra impietosi marosi. Il caso, quindi, andava chiuso sotto la voce di "naufragio per cause naturali" e … amen!

      Archiviata così, e in tutta fretta, la poco opportuna vicenda, sempre i solerti funzionari sabaudi, dimentichi del dolore degli increduli e disperati parenti, ritennero di poter tranquillamente volgere lo sguardo a Torino e allo splendido avvenimento che stava per interessare mezza Italia e che avrebbe celebrato, come detto, la vincente casa Savoia. 

      Ma a turbare l’appena conquistata pace dei funzionari, giunsero improvvide alcune testimonianze. Nello specifico le dichiarazioni provenivano dai marinai di un'altra nave, i quali raccontarono come, trovandosi sulla stessa rotta, avessero avvistato la Ercole navigante in acque tranquille al largo di Napoli, senza che a turbare la navigazione vi fossero avvisaglie di temporali. Caso contrario, vista la vicinanza delle due navi, il temporale avrebbe investito anche loro.

      La cosa, risaputa in giro, ridiede, come c’era da aspettarsi, forza a tutta una serie di malevoli supposizioni, suffragate, pare, da chi, dalla vicenda del naufragio, ne usciva particolarmente danneggiato. Costui era nientemeno che Garibaldi!  

       Infatti il generale, appresa la notizia della sparizione dell’Ercole, fuori dalla grazia di Dio, rinforzò la tesi del mistero e, in appoggio alla testimonianza dei suddetti, da marinaio di lungo corso quale egli era, affermò che una nave che affondi per naufragio, fatalmente lascia, come sopra accennato, sparsi, in acqua, dei relitti. Non essendosi invece reperito, nelle vicinanze dell’ipotizzato naufragio, neppure un fazzoletto si doveva dedurre che, al posto di Nettuno fosse intervenuto qualcuno o meglio qualcosa che aveva un nome terribile: esplosivo; e che il tutto fosse stato finalizzato per non far giungere a destinazione, ossia a Torino,  un carico particolare che risultava essere prezioso e determinante proprio per gli interessi del Generale.

      E allora … allora vista la preziosità del carico qualcuno aveva dato una spintarella chiamata esplosivo per far totalmente sparire la nave. Infatti solo una esplosione particolarmente violenta sarebbe stata capace di spaccare la nave a metà, raggiungendo l’obiettivo di un affondamento repentino, e senza tracce.

      Una simile supposizione, vista la fonte autorevole dalla quale si diceva partisse, risultò essere ancora più deflagrante o meglio devastante di quanto poteva essere successo sulla povera nave; e per quanto si tentasse di minimizzarlo, lo scandalo iniziava ad assumere notevoli proporzioni … e fortuna che telefoni, radio e televisione non fossero stati ancora inventati altrimenti … altrimenti dopo la nave, il prossimo che rischiava di sparire sarebbe stato Garibaldi.

      Per chi s’appresta a leggere questa vicenda, forte solo delle conoscenze scolastiche, è chiaro che il caso possa apparire illogico. Infatti il quadro che ci è stato rappresentato è quello dei cosiddetti padri della patria, cioè quattro uomini idillicamente uniti: Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini e Garibaldi, per affettuosamente “fare l’Italia”. La realtà è invece assolutamente diversa, poiché un mare di documentazione, sin qui accuratamente coperta da quasi tutti gli storici di professione, ci racconta, invece, come fra i quattro esistesse un odio ed una intolleranza feroce, apparentemente superata solo dall’interesse che nutrivano soprattutto i primi due. Senza mezzi termini Vittorio Emanuele odiava il suo primo ministro, e l’odiava perché Cavour era a lui superiore per intelligenza politica ed altro; il re identicamente mal sopportava Garibaldi che definiva, gentilmente “un avventuriero”; e per quanto riguarda Mazzini, non solo non lo digeriva, ma se solo avesse potuto sarebbe stato ben felice di dare seguito alla condanna a morte comminata, all’ideologo, dal padre Carlo Alberto; e ciò valeva anche per Garibaldi, identicamente condannato alla pena capitale. Tra l’altro il “ buon” Vittorio amava tanto Mazzini che, vale la pena di  rammentare, come a Italia unita e già avanti negli anni, lo facesse arrestare e rinchiudere nella fortezza di Gaeta.

      Detto questo di Vittorio Emanuele, a onor di verità, occorre aggiungere che, a sua volta, Garibaldi, dopo un iniziale innamoramento con relativa iscrizione alla Giovane Italia, ormai evitava più della peste il suo già maestro Mazzini in quanto, lo riteneva responsabile del disastroso esito della “Repubblica Romana” del ’49. E ciò a causa dei bislacchi ordini che in tale occasione, aveva impartito Mazzini, il quale essendo un teorico era del tutto inadeguato a dirigere operazioni di guerra. Anzi a dirla tutta Peppino Garibaldi opinava di “Pippo” (nomignolo di Mazzini) quanto segue: “vuol fare le rivoluzioni a tavolino e, in aggiunta, non ne capisce un ca …”

      Questo, dunque, il felice panorama nel quale s’erano andati a maturare gli eventi dell’Ercole. Come c’era da aspettarsi l’imbarazzo degli alti gradi di casa Savoia, dinanzi alle illazioni che ormai giravano,  fu grande, e nonostante il falso rispetto che tutti fingevano di avere per Garibaldi, gli diedero del folle.

      Comunque, non essendo stata l’ipotesi dell’esplosivo formulata solo da Garibaldi, fu d’uopo dare una qualche spiegazione circa, appunto, l’ipotesi della bomba. In parole povere venne risposto che se qualcuno avesse posto, come veniva detto, una bomba sulla nave essa sarebbe esplosa subito nel porto di Palermo e non dopo ore (ufficialmente non esistevano ancora i congegni ad orologeria). Premesso che anche allora non sarebbe stato impossibile trovare un folle che, salito a Palermo, covasse in core di divenire un “suicida per la gloria” e si facesse saltare in aria, unitamente alla nave, al momento giusto, occorre aggiungere che comunque non era affatto vero che mancassero le cosiddette bombe ad orologeria. Tale congegno, infatti, pur molto diverso da come oggi possiamo intenderlo, ossia messo a punto con rudimentali sistemi (vedi utilizzazione dei fagioli), era a conoscenza della polizia perché già utilizzato da molteplici gruppi eversivi, dimostrando d’essere in grado di poter funzionare. Pertanto l’ipotesi dell’esplosivo, subito scartata dall’autorità, era invece da ritenersi plausibile.

      Cosa dunque portava le autorità a non prendere in considerazione la pista dell’esplosivo?

      Di ragioni ce n’erano mille, poiché l’evenienza di una bomba significava avvalorare la tesi di una strage premeditata che invece si voleva assolutamente negare, mentre restava molto più comodo asserire che la nave fosse naufragata per palese … malasorte.

      Ma ormai il dado delle supposizioni era stato tratto e nessuno iniziò a credere più a quanto ufficialmente veniva detto. S’iniziò quindi a cercare chi fosse quel qualcuno che poteva avere  precisi interessi, e quel qualcuno portava diretti ad un ben orchestrato delitto di Stato con l’aggravante della strage di incolpevoli passeggeri. E qui scatta la domanda che avrebbe potuto mettere molti nell’imbarazzo: cui prodest?

      Ovvero qual’era lo Stato al quale giovava la sparizione e l’affondamento totale della nave e soprattutto del suo carico?

      Mettendo da parte il maggiore indiziato “Regno di Piemonte e Sardegna”, l’interesse era di molti poiché, come era avvenuto per la conquista del Sud, anche per l’Ercole s’erano sciaguratamente incontrati più interessi riuniti che avevano finito per, inesorabilmente, decretare una condanna spietata: Ippolito deve morire!

      Questi schematicamente gli antefatti della vicenda misteriosa. Ma, ciò detto, per meglio comprendere occorre dire chi era e perché mai dovesse morire il povero Ippolito.

      Ippolito Nievo, era nato a Padova, nel 1831, da un’ottima famiglia veneta, e sin dai primi anni aveva dimostrato di possedere un’intelligenza fuori dalla norma, tanto da fare di lui, giovanissimo, un brillante avvocato e, soprattutto un più che promettente scrittore. Purtroppo per lui, era anche un grande idealista o, come si suol dire, uno spirito inquieto e benché avesse avuto già tutto: nobiltà, denaro e fama, prima si spese a fare arrabbiare gli austriaci che, per un racconto risultato indigesto, lo misero sotto processo; e poi, per non farsi mancare proprio nulla, un bel giorno pensò bene di seguire anche  Garibaldi. E così dopo una prima esperienza al seguito del suo idolo, fatta nei “Cacciatori delle Alpi” durante la seconda guerra d’indipendenza, si ritrovò a partire anche da Quarto, direzione Marsala, con l’amato Generale.

      In genere si dice che gli onesti si riconoscono e Garibaldi, che disonesto non era, riconobbe subito nel giovane Nievo l’uomo giusto e sufficientemente pignolo al quale affidare la gestione di un tesoro, le cui proporzioni erano tali da poter risolvere la spedizione dei Mille. In sintesi trattavasi di quei tre famosi milioni di piastre turche che, come dai ritrovamenti fatti dallo studioso Di Vita, a Edimburgo, negli archivi massonici, erano stati raccolti dalle varie logge internazionali per finanziare, appunto, la famosa spedizione, che tutto era fuorché, come ancora oggi vogliono farci credere, improvvisata.

      A questi milioni si erano aggiunti, dopo la presa di Palermo, anche i ducati del “Banco di Sicilia”; e il tutto era stato rigorosamente registrato e gestito dallo scrupoloso garibaldino Nievo che, puntualmente, annotava l’esborso delle varie spese, corruttele comprese,

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Il primo marzo, ad Eboli, nell’Aula Magna dell’Istituto comprensivo “G, Romano” ore 18,30, si terrà la presentazione del libro “Brigante se more. Viaggio nella musica del Sud” scritto da Eugenio Bennato. Oltre all’autore saranno presenti il dirigente scolastico Rosario Coccaro, il vice sindaco e assessore alla cultura Antonio Conte, il sindaco Martino Melchionda. Coordinerà i lavori la Prof.ssa Dora Liguori. 

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data news: 24 feb 2011

PERCHE’, IO MERIDIONALE, NON POSSO FESTEGGIARE IL 17 MARZO di Dora Liguori

Il giorno 17 Marzo 1861, come è ormai noto, a Torino, s' inaugurava il primo Parlamento italiano e s'inaugurava in modo davvero anomalo poiché mentre, da una parte si affermava di voler glorificare quello che doveva essere il primo Parlamento frutto della bella intervenuta unità dell'Italia, dall'altra parte Vittorio Emanuele, per rendere chiaro che di annessione, invece, del Sud al Regno del Piemonte trattavasi, non si peritava di cambiare  neppure il numero della legislatura. Infatti, se davvero si fosse parlato di un nuovo regno, con pari dignità fra Nord e Sud, e non di semplice annessione, la legislatura del nuovo Regno d'Italia, avrebbe dovuto iniziare con il numero uno. Analogamente Vittorio Emanuele II re di Piemonte e Sardegna (proclamato da Cavour, re d’Italia) avrebbe dovuto assumere la denominazione di Vittorio Emanuele I re d’Italia.

Purtroppo non erano queste le intenzioni di Vittorio e dei notabili piemontesi, per i quali nulla di rimarchevole era successo. Infatti, per essi, il regno sabaudo aveva soltanto, e fortunosamente, inglobando la quasi totalità della penisola, allargato i suoi confini e acquisito nuove ricche colonie.

Pertanto che motivo c'era d'interrompere la numerazione delle legislature e della dinastia?

E se poi questo allargamento stava provocando un massacro nel meridione (parole di Garibaldi) ... poco male! Ciò rientrava nei normali eccessi che sempre accompagnano (si badi bene) le guerre di conquista e non certo le azioni di affettuosa e voluta fratellanza.    

Viste, dunque, queste inoppugnabili premesse, io, meridionale, ritengo di non poter festeggiare, così motivando la mia scelta: 

- non posso festeggiare perche non v'è nulla di cui essere fieri se qualcuno, ipocritamente definitosi fratello, viene a conquistare la mia terra e mi riduce a somiglianza di colonia africana;

- non posso festeggiare perché l'unione (bella e sacra se altrimenti attuata) non fu indolore ma comportò azioni particolarmente dolorose e violenti, tali da distruggere il mio popolo;

- non posso festeggiare perché i massacri si ricordano, non con le feste, ma soltanto con la pietà e il rispetto;

- non posso festeggiare perché sarebbe davvero insopportabile fare delle feste, dimenticando quei tanti giovani che nel Sud, e anche nel Nord, caddero a cagione di una guerra fratricida (ammesso che siamo davvero fratelli); guerra che è stata intrapresa e combattuta, non per degli ideali (anzi bandendoli) bensì per poco lodevoli interessi internazionali e rinsanguamento delle ... finanze dei Savoia;

- non posso festeggiare perché a causa delle spietate azioni repressive dei vertici dell'esercito piemontese, immensa fu l' umiliazione e la sofferenza vissuta dalla popolazione del Sud;

- non posso festeggiare perché similmente sarebbe ingiurioso non ricordare le sofferenze subite dai calabresi, lucani e campani, ingiustamente trascinati in catene nei lager del novarese, ove tutti trovarono una tremenda morte;

- non posso festeggiare perché migliaia di uomini e donne del Sud furono fucilati senza processo dai nuovi fratelli sabaudi;

- non posso festeggiare perché la miseria e il terrore che hanno fatto seguito alla cosiddetta unione, hanno comportato un esodo epocale della mia gente verso paesi lontani; gente che mai, prima di allora, aveva lasciato la sua terra;

- non posso festeggiare perché sarebbe davvero demenziale fare delle feste in ricordo della distruzione di un grande regno culturalmente e industrialmente all'avanguardia, quale appunto era la mia terra;

- non posso festeggiare perché tutti gli eventi succedutisi all'Unità, alla fine, hanno comportato, per i meridionali, l'umiliazione di divenire degli extracomunitari in patria;

- non posso festeggiare finché le teste di poveri meridionali continuano ad essere esposte, senza pietà e a testimonianza della genetica propensione delinquenziale che avrebbero le genti del Sud, in quell'abominevole luogo che è il museo Lombroso. Un oscenità di cui non si è macchiato neppure Hitler;

- non posso festeggiare  perché la "damnatio memoriae" voluta dai vincitori, privandomi della memoria storica, mi ha condannato anche a non possedere una storia. E un popolo senza storia è un popolo che non esiste!

Pertanto, io meridionale, il 17 Marzo non posso festeggiare un qualcosa che mi ha condannato a essere ... nessuno!

                                                                                                                         D.L.

 

P.S.     Non mi risulta che la Polonia abbia mai espresso la volontà di festeggiare l'invasione di Hitler a Danzica, e ciò anche alla luce di quanto ne è seguito soprattutto per gli Ebrei, deportati e massacrati nei lager. Perché allora, noi meridionali, dovremmo festeggiare l'invasione del Piemonte e la fine che, in conseguenza di questa violenza militare, hanno fatto migliaia di calabresi, lucani e campani, anch'essi, appunto, brutalmente deportati nei lager del novarese dal "buon" Vittorio Emanuele? O per caso, se le deportazioni riguardano il popolo ebreo ciò costituisce un abominevole e delinquenziale crimine contro l'umanità (e lo è); e se invece ad essere deportati e massacrati sono dei meridionali, costoro non meriterebbero né pietà né rispetto, anzi se ne dovrebbe festeggiare il martirio?

Non festeggiamo dunque ma celebriamo il 17 marzo rendendo un pietoso ricordo a tutte le vittime incolpevoli che, da Nord a Sud, furono sacrificate e perirono per questa, già vagheggiata nei secoli, Unità. Nel contempo, al di fuori delle fastidiose retoriche, sottolineiamo che, proprio per l'alto tributo di  dolore che essa comportò, soprattutto nel martoriato Sud, questa Unità dovrebbe, oggi, essere davvero difesa e onorata da tutti, quale imprescindibile valore nazionale. 

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data news: 21 feb 2011

Lettera aperta di Dora Liguori a Roberto Benigni

  

 Gentile Signor Benigni,

         una mancanza di obiettività quando si affronta la storia, sia pure a fini spettacolari, crea sempre dei  danni; se poi la mancanza proviene da lei, che di certo è un personaggio straordinario o come spessissimo dice, riferendosi ad altri “memorabile”, e lo fa attraverso il mezzo più mediatico esistente - la televisione-  questo danno diviene assolutamente grave sino a raggiungere l’offesa.

        Pertanto mi consenta, come direbbe qualcuno, di fare alcune precisazioni al suo lungo, e peraltro in certi momenti esaltante, monologo sui prodromi dell’Unità e conseguente lettura del famoso inno di Mameli.

         Prima osservazione: Cavour, a differenza di Mazzini e Garibaldi,  non è morto povero ma, grazie alle possibilità consentitegli anche dal suo ruolo di politico, anzi di primo ministro del regno Sabaudo, divenne ricchissimo attraverso ben orchestrate e poco ideali operazioni speculative in Borsa.

         Seconda osservazione: il regno del Borbone non era il peggiore d’Italia sul piano delle persecuzioni agli esponenti del (giustissimo) pensiero liberale, figlio dell’illuminismo, bensì lo era proprio il Regno di Piemonte e Sardegna che fece perseguitare, arrestare, torturare e condannare a morte il più alto numero di patrioti liberali (Mazzini e Garibaldi compresi, anche se quest’ultimi scamparono, alla morte, fuggendo). I Savoia divennero, solo dopo, per quelle storture tipiche delle esigenze politiche e soprattutto economiche, assertori delle dottrine liberali; conversione avvenuta non tanto per unire il Nord con un Sud che massimamente disprezzavano, bensì per unire le loro disastrate casse con quelle pingui del regno dei Borbone. L’Unità consentì, infatti, la sopravvivenza della loro dinastia almeno fino al 1946.

         Terza osservazione: l’Unità non fu movimento di popolo ma azione, come sopra detto, di pochi gruppi di liberali, per lo più esponenti dell’aristocrazia del Nord e dell’alta borghesia, i quali, in “fortunata combinazione” con interessi internazionali inglesi (leggasi zolfo siciliano e apertura del canale di Suez) nonché interessi finanziari dei Rotschild in Francia, preordinarono ed effettuarono una specie di “golpe” nel meridione. Per questa azione molto poco idealistica (i primi ad essere traditi, dopo, furono proprio i principi liberali) fu raccolta una somma ingente presso i “fratelli” inglesi e americani, utile ad ammorbidire pensiero ed azioni dei vertici militari borbonici e consentire, per l’appunto, il cosiddetto golpe o meglio invasione del Sud. D’altra parte scoprire che il denaro sia l’arma più efficace per combattere e ribaltare diritti e ragioni delle genti è una storia antica come il mondo.

         Ultima osservazione, o in questo caso omissione da parte sua: Mameli e Novaro avevano vent’anni quando decisero di rischiare la vita per testimoniare i loro nobili ideali, e pertanto meritano rispetto; lei però dimentica che avevano vent’anni anche le migliaia di giovani del Sud i quali, per un’ideale, altrettanto rispettabile, quale quello di difendere la propria terra invasa proditoriamente, furono fucilati, senza processo, o deportati per trovare morte nei tremendi lager allestiti, appositamente, dai Savoia in Piemonte.

Non pensa che anch’essi, meritino pietà e rispetto?

         Signor Benigni, lei ha scelto di fare una delle arti fra le più antiche ed onorabili della tradizione artistica, ovvero il “giullare”, uomo al quale, per le capacità ironiche ed istrioniche, tutto veniva consentito dire dal potente di turno. E spesso il giullare fu l’unico che seppe elevare la sua coraggiosa voce a difesa della verità e dei vinti. Ebbene, non tradisca, oggi, quest’antica missione per porsi, lei, ultimo vero giullare, in controtendenza, del tutto dalla parte dei vincitori.

         La prego, pertanto, per le nobili motivazioni di cui sopra, di divenire testimone di come tutte le vittime della raggiunta unità, abbiano diritto ad un identico pietoso ricordo e rispetto. Anzi mi permetta di sottolineare che proprio l’alto tributo di sofferenza pagato dal Sud ha finito col rendere, particolarmente cara e imprescindibile, a noi meridionali, la raggiunta, anche se ancora incompleta, almeno moralmente, unione.

        Termino, pregandola, se non vuol tenere conto delle mie parole, di porgere attenzione, vista la sua stima per Garibaldi, alle severe parole che, proprio il 17 Marzo 1861, in occasione dell’apertura dei lavori del primo Parlamento italiano, il Generale  profferì, a Torino. Esse furono parole accusatorie per i terribili avvenimenti che erano intervenuti e che proseguivano nel martorizzato Sud: dicasi guerra civile, dopo e a causa della sua conquista.

         In virtù di queste premesse, e per quanto di tragico è comunque accaduto, per tutte le vittime di Nord e Sud, e in sintonia anche con il pensiero di Garibaldi, il 17 di marzo, non crede che, forse, sarebbe più appropriato il suggerire agli italiani non di festeggiare ma di celebrare l’Unità d’Italia?

  

                                                                                                          D. L.

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data news: 14 feb 2011

Complotto internazionale

Complotto internazionale

di Dora Liguori

         E’ ricorrente nel mondo arabo, per qualsivoglia avvenimento, dire: “è scritto”; con ciò volendo affermare che contro il fato o il destino non si possa andare e che tutto, pertanto, è naturale che riposi, attraversando l’infinita dimensione del tempo,  nel grembo di Allah!

         Volendo dar credito a questa visione della condizione umana, allora diviene spontaneo dire che il destino del Sud dell’Italia, con ogni probabilità, era già scritto da chi “tutto vede e tutto può”, senza che ad alcuno fosse lasciata possibilità d’interferire o disquisire su una sorte, appunto, già scritta.

         Ma, detto questo, esiste anche un’altra visione del destino, quella cattolica, che enuncia, forse per nostra fortuna, un altro principio, diremmo più confortante, il quale, nel riconoscere all’uomo la possibilità del “libero arbitrio”, di fatto lo rende responsabile degli avvenimenti e di conseguenza vero artefice del suo destino. Infine individua nell’essere umano non già un oggetto passivo ma un soggetto operante nel bene e nel male.

         Volendo, dunque, scegliere e perseguire questa seconda logica, di certo più affascinante, circa la possibilità dell’uomo di impugnare la “penna” e scrivere il proprio destino, vediamo di individuare, nel caso degli avvenimenti occorsi, verso la metà dell’ottocento, in Italia, chi furono i veri artefici e i veri estensori di quel fatale “scritto” che ebbe il potere di determinare la distruzione del meridione.

         Riteniamo, infatti, che, nell’operare un minimo di chiarezza su uomini e fatti, potremmo essere, sia pure in piccolissima misura, soggetti utili e pensanti per consentire, attraverso la verità, di mettere un tassello a favore della tanto auspicata ripresa del Sud. E tutto questo potrebbe significare, in tempi che si presentano particolarmente difficili ai fini di un futuro migliore, la possibilità di far riemergere i meridionali da un’umiliazione, lunga centocinquant’anni, un’umiliazione che, procurata da falsi storici accreditati per verità inoppugnabili, hanno per il passato, e purtroppo anche nel presente, condizionato e condannato il nostro popolo al ruolo improprio di gente  arretrata e miserabile.

         Detto ciò, la prima irrinunciabile operazione utile da fare consiste nel procedere ad un puntuale recupero, attraverso i vari archivi di Stato, della memoria sugli avvenimenti che intercorsero prima e dopo il fatale decennio 1860-1870, ovvero il recupero di una storia che, sin qui, è stata negata e, nel migliore dei casi, abilmente mistificata, e che solo per iniziativa di studiosi stranieri e qualche coraggioso italiano, oggi è possibile apprendere. Quanto viene fuori, dalle ultime ricerche ci racconta ben altro su determinate condizioni sociali ed economiche del Sud; ed è proprio a causa di queste macroscopiche differenze con la storia ufficiale  che urge porre, in occasione della ricorrenza dei 150 anni dell’unione, un punto fermo sulla storia ripristinando, il più possibile, la verità. Procedere con un’operazione del genere risponde anche al sacrosanto diritto, sempre riconosciuto ai popoli, di possedere notizie certe sulle proprie radici e sul proprio passato, un qualcosa, dunque,  soprattutto morale che non può oltre essere differito dallo  Stato italiano, sempre che lo Stato ritenga d’essere ancora democratico e pertanto, onorando la democrazia, di voler trattare con identico rispetto e uguaglianza i suoi cittadini: da Nord a Sud.

         Questa storia “ ritrovata” e riemersa dopo ampie ricerche, ci racconta, dunque,con dati inoppugnabili, fatti e accadimenti ben diversi da quelli sin qui imbonitici, ad iniziare dalle condizioni economiche, culturali  e industriali in godimento del Sud prima che venisse fatto oggetto delle premurose attenzioni di potenze internazionali e delle mire del disastrato regno del Piemonte, leggasi dinastia dei Savoia, casa regnante sull’orlo, ormai, senza il reperimento di fresche risorse, della bancarotta.

         Non sfugge ad alcuno che il riemergere di simili verità possa tornare scomodo al Nord, ma la verità non può essere né comoda o scomoda, ma andrebbe sempre onorata, per avvicinarla, il più possibile, al contenuto che ne sostanzia la parola. Inoltre  il ripristino di un’autenticità storica sulle condizioni sociali del Sud a fronte di un povero Nord, non è mera operazione nostalgica o rivendicativa, ma la base più seria per ricominciare, almeno moralmente, ad ottenere rispetto e condivisione, da parte del Nord, per le disgraziate condizioni che, a seguito dell’invasione del Piemonte, si determinarono nel Sud; condizioni che, a distanza di centocinquant’anni, per effetto di trascinamento, hanno condannato irrimediabilmente, con l’economia, anche il carattere dei meridionali. Infatti caduta casa Savoia, anche la novella repubblica si guardò bene dal  riconoscere i diritti del Sud, per paura, questa volta, avendo il nord a suo tempo razziato tutto, comprese le fiorenti industrie del Sud, di dover restituire il mal tolto; producendo in tal modo una evidente depauperazione di un Nord ormai divenuto padrone, economicamente, dell’Italia.   

         Infine tornava pericoloso riconoscere i propri diritti al sofferente meridione poiché avrebbe potuto, progressivamente, voler tornare ad essere ciò che un tempo era stato, con possibile discapito dei grandi poteri economici creatisi ormai al Nord; meglio, dunque, la scelta disumana di mantenere a stato di “colonie” le terre di Campania, Calabria, Lucania, Puglia e Sicilia. E non meravigli il termine apparentemente improprio di “colonie”, ma esso fu usato tranquillamente da un ministro di Vittorio Emanuele II che, nella sua brutalità, si fece sfuggire ciò che era dolorosamente esatto e che, pur sotto gli occhi di tutti, veniva bellamente negato: il Sud era stato colonizzato dal regno Sabaudo a somiglianza di quanto avveniva in India o in Africa da parte di inglesi, francesi, olandesi etc.

         Fatta questa premessa, circa gli interessi economici insiti nell’intera operazione “conquista del Sud” passiamo subito col dire che chi ancora fa discendere ad un’iniziativa solitaria di Garibaldi il merito, o il demerito, di aver conquistato il Regno delle due Sicilie fa torto alla sua intelligenza e soprattutto a quella di chi lo ascolta. Infatti presupporre che un giorno il generale, forse per allontanare la noia, e in mancanza della “ Costa crociera”, decidesse, senza preventive e opportune coperture e assicurazioni, di chiamare a raccolta mille, più o meno, amici suoi e, con questi partire da Quarto con destinazione Marsala, per compiere un’impresa da niente, quale quella d’invadere nientepopodimeno che la terza potenza militare d’Europa (almeno per quanto riguarda la marina) il grande e potente Regno dei Borbone, ebbene tutto ciò rientra in una manifesta idiozia o nelle convinzioni di qualche sprovveduto e solitario babbeo. Porre in atto, da parte di Garibaldi, una simile impresa e in modo anche sprovveduto, avrebbe raggiunto un’unica reale possibilità: farsi massacrare prima ancora dello sbarco in Sicilia In parole povere questa non avrebbe che potuto essere l’impresa di un demente anzi di un folle.   

         Ma Garibaldi non era né idiota né folle!

         Eppure la favola di un Garibaldi che, generosamente, “motu proprio”, parte e “d’amblais” libera il Sud, peraltro da non si sa quale oppressione e stato di totale indigenza, è ciò che, per centocinquanta anni, ci è stata ammannito e campeggia in quasi tutti i saggi di molti illuminati cattedratici, ovviamente italiani, ché gli storici stranieri, come detto, hanno sempre scritto ben altre verità.

         Intendimento dei vincitori piemontesi, nel formulare simili falsi storici, bellamente spacciati per verità, era appunto quello di plagiare la mente degli oppressi e derubati, onde ridurli al punto di sentirsi magari grati ad un Nord liberatore o, come direbbe Freud, farli divenire inconsci complici di chi li aveva sottoposti ed asserviti. Ma perché un’operazione del genere fosse capillare e divenisse efficace non si poteva che farla transitare dalla scuola ove, facilmente, si sarebbero potute manipolare le coscienze di tanti poveri giovani meridionali per renderli, con lo scorrere degli anni, sempre più immemori del loro precedente stato, nonché immemori della tragedia avvenuta nelle loro terre, di tutti i morti ammazzati, deportati o forzatamente invitati ad emigrare. La povera gioventù del Sud, una volta acquisite queste nuove realtà, circa le loro presupposte disgraziate origini, utilmente furono costretti a tramutarsi, per ovviare alla subentrata terribile miseria, in rassegnata forza lavoro per il Nord (vedi le grandi e umilianti emigrazioni del Sud verso Piemonte e Lombardia).

       Acquisita, pertanto, con la complicità delle università del Nord e purtroppo del Sud, queste nuove verità, alle coscienze dei giovani meridionali non rimase altro che la convinzione d’essere stati davvero dei miserabili, graziosamente salvati da uomini del nord (Garibaldi era di Nizza e quasi tutti i garibaldini provenivano dal settentrione con prevalenza di bergamaschi) Essi pertanto dovevano al Nord, visti i fatti, oltre che doverosa sudditanza, anche un opportuno grazie per il lavoro malpagato, e spesso in nero, che veniva loro offerto; caso contrario unica scelta sarebbe rimasta quella della morte per fame nelle loro regioni d’origine. Infine s’andava a creare un caso, pressocché unico nel mondo europeo, essere extracomunitari in patria.

         Questa la storia ammannitaci!

         Quella vera, ci racconta invece di un complotto internazionale ad opera di francesi e inglesi, con preminenza di quest’ultimi, posto in atto per risolvere determinati e convergenti loro interessi. Per gli inglesi  trattavasi di assicurarsi e non perdere, “sine die” la concessione per lo sfruttamento dello zolfo siciliano, sempre in bilico dopo le divergenze sorte con Ferdinando II di Borbone; e per i francesi la possibilità d’incassare gli ingenti debiti che i Savoia avevano acceso con le banche di Francia.

         Le citate divergenze con l’Inghilterra erano nate allorché Ferdinando II, recatosi in Sicilia, aveva appreso, direttamente dai minatori siciliani, le disumane condizioni di sfruttamento che venivano operate, nelle zolfatare, dagli inglesi. La storia delle concessioni era sorta, anni prima, quando il nonno dell’attuale re, Ferdinando IV, costretto, o meglio convinto dalla moglie Carolina, a fuggire da Napoli, per effetto della costituenda repubblica partenopea, era stato scortato e protetto da Nelson, ammiraglio della marina britannica, sino in Sicilia. Il re Borbone, notoriamente poco colto e alquanto sprovveduto, non aveva  compreso l’importanza che stava assumendo lo zolfo per le nascenti industrie (il petrolio di oggi). E pertanto aveva pagato mille ciò che agli inglesi era costato dieci. Ottenuta una simile manna dal cielo gli inglesi dal 1799 in poi s’erano più che accomodati in Sicilia, facendola da padroni e maltrattando la poverissima gente, senza alcuno scrupolo o religione. Ferdinando II, uomo umano e sensibile, constatata la fondatezza delle lamentele della povera gente, decise di non poter e dover più tollerare una simile aberrante situazione e …diede il ben servito ai sudditi, ovvero tolse la concessione all’Inghilterra.  

         Apriti cielo!

         Gli strilli inglesi contro l’odiato Borbone, che a loro detta non era padrone a casa sua, invasero tutta Europa; e gli strilli divennero ancor più forti allorché “i figli di Albione” s’accorsero che oltre allo zolfo, in ballo vi sarebbe stata anche la perdita della supremazia commerciale nel Mediterraneo, a favore dei porti sempre dell’odiato regno borbonico, causa l’imminente apertura del canale di Suez.

         Fu così che, con accordo degno di una grande orchestra, venne decisa da Francia e Inghilterra l’operazione definibile: appropriazione indebita del ricco Regno delle due Sicilie. Stabilito il furto non restava che trovare chi facesse, al posto loro,  il cosiddetto lavoro sporco … e costui, per i determinati motivi di cui sopra (leggi debiti) era già bell’e pronto, dicasi Vittorio Emanuele II. Il Savoia, infatti,  indebitato sino al collo con i Rotshild francesi, rischiava, senza il reperimento di notevoli e fresche risorse, il tracollo completo del regno; e non a caso il suo primo ministro Cavour da tempo brigava per risolvergli la non facile situazione.

         Trovato il braccio armato occorreva, per non far insorgere l’intera Europa, non certo filo-inglese, ammantare l’operazione di belle e romantiche idee; e neppure per questo insorsero particolari difficoltà: pronti per la bisogna esistevano quei “fregnoni” di liberali che, figli dell’illuminismo, auspicavano (persino a ragione) un nuovo sistema di governo retto dalla promulgazione di una Costituzione, ossia di un potere non più assoluto nelle mani delle varie corone reali ma, appunto, costituzionale.

        In tutto questo la logica e anche la decenza andavano a farsi benedire. Infatti nessuno più dei Savoia, in quegli anni, aveva perseguitato e mandato al patibolo maggior numero di liberali, al punto che Austria e i re Borbone, messi insieme, al confronto facevano ridere (gli stessi Garibaldi e Mazzini godevano, rispettivamente, di una bella condanna a morte). Comunque, individuati i principali attori occorreva, sempre nascondendo i reali motivi, convincere tutti sulla bella opportunità di perseguire il grande ideale di unire le italiche genti. E per fare questo ovviamente occorreva che il Nord scendesse al Sud e non viceversa, poiché solo in siffatta maniera, i Savoia, avrebbero potute unire le moribonde casse piemontesi con… le pingue casse del regno Borbonico.

          A dire il vero, quella dell’italica unione era un ideale che, prima di raggiungere il teologo Mazzini, veniva da lontano, addirittura da Petrarca, senza tralasciare lo stesso Dante e altri ancora, quali l’Alfieri. Detto credo, nel tempo, s’era andato a confondere anche con le aspirazioni illuministiche che, tra l’altro, avevano portato a quel “piccolo” sommovimento epocale che era stata la rivoluzione francese. Questa pagina cruenta della storia aveva avuto, però, il merito di cambiare, almeno in parte, la condizione dell’uomo che, liberatosi finalmente da condizionamenti fideistici, poteva, ora affidare il raggiungimento dei suoi diritti ai cosiddetti lumi della ragione. Questo almeno in teoria ché, nella pratica, allora come oggi, l’uomo ancora insegue, con la ragione, anche l’ottenimento dei suoi diritti.

         Pertanto, a preparare il terreno, negli anni, vi furono rivoluzionari come il Buonarroti, il vero promotore dei primi circoli carbonari, già Adelfhi e poi Filadelfhi, i quali, però, più che ad un’Italia unita, aspiravano ad una liberazione dell’Italia da tutti i regimi autoritari, per giunta stranieri, leggi austriaci. Poi, magari, a liberazione avvenuta propendevano, più che verso un sistema monarchico, per l’avvento di una repubblica, vedi Mazzini e il primo Garibaldi. Questo, dunque, il panorama italiano: un terreno già abbondantemente  fertilizzato sul quale seminare lo scontento e poi consolidare l’operazione “invasione del Sud”  

         Ma si sa: “senza soldi non si cantano messe” e ancor meno si fanno rivoluzioni o conquiste, soprattutto se il regno da conquistare è la terza potenza europea. Per prendersi il Sud occorrevano, pertanto, oltre all’inganno idealistico, tanti, tanti soldi per corrompere i generali e gli alti ranghi politici del “Regno delle due Sicilie: unico sistema “affidabile” sul quale costruire una possibile invasione. A questo non facile problema pensò il “ buon” Lord Palmerston il quale con i fratelli della massoneria scozzese e soprattutto rivolgendosi ai fratelli americani, provvide a risolvere, largamente, il problema denaro. La somma raccolta fu sbalorditiva, come sbalorditiva era l’operazione: tre milioni di piastre turche, la moneta corrente nel Mediterraneo

         Il descritto complotto internazionale era stato più volte ventilato da alcuni storici inglesi (e non solo) ma, oggi, grazie alla ricerche dello studioso Giulio Di Vita, presso gli archivi della massoneria di Edimburgo, quel che si presupponeva è divenuto certezza. Il resto è inutile raccontarlo, e forse la violenza che ne seguì scappò di mano agli stessi promotori. L’unica cosa certa che permane consiste nel fatto che il Sud, posto in ginocchio, da allora non è riuscito pi&u

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data news: 17 gen 2011

1861 – 2011 CENTOCINQUANT’ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA...

1861 – 2011 CENTOCINQUANT’ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA...

Centocinquanta anni di volute mistificazioni storiche

     In occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia, onde ristabilire almeno un minimo di verità storiche viene attivato il sito "Memento Domine" che inizierà a fornire una serie di notizie su tutti quegli eventi che sono finalizzati appunto a ristabilire la vera "Storia del Sud" nel contesto del processo risorgimentale. Ugualmente ci preme affermare che è nostra ferma convinzione come l’avvenuta riunificazione di tutte quelle genti che, da Nord a Sud, componevano la popolazione del nostro grande Paese, sia oggi divenuta un bene irrinunciabile e caro soprattutto ad un meridione che molto ha già pagato, con altissimo tributo di sangue, per esso. Pertanto, volendo realmente onorare tutte le vittime di questa avvenuta Unità, riteniamo moralmente irrinunciabile che venga fatta chiarezza sui fatti che precedettero e seguirono l'unificazione e che, sin qui, invece hanno rappresentato, per la maniera falsa ed errata con la quale sono stati proposti, una grave lacuna tutta italiana.

     Riteniamo, infatti, che dopo centocinquanta anni l’Italia non possa e non debba oltre temere l'emergere di determinate “verità” poiché un Paese realmente maturo e democratico, non può sottrarsi alla gravosa incombenza di fare i conti con la propria storia, ancorché essa si presenti in misura tragica e soprattutto piena di ombre. Tutto ciò assolverebbe all'obbligo morale di ridare, con la memoria, radici e dignità alle popolazioni del meridione le quali, smembrate allora e massacrate, sono ancora adesso alla ricerca, se non di un difficile perché sui fatti, almeno del rispetto che sempre è dovuto alle vittime innocenti ed incolpevoli di giochi politici estremamente complessi che, nell'esigere il beneficio di pochi ha creato il danno di tanti, compresi quelli che, realmente convinti della giustezza di certi ideali sono stati strumentalizzati, spesso sacrificati ed infine addirittura beffati.

     A tal fine iniziamo le notizie pubblicando le interrogazioni già avanzate in Parlamento nonché l'ordine del giorno approvato sempre al Parlamento- Camera dei Deputati- dopo che l’inserimento di un emendamento, introdotto proditoriamente in una legge che poco aveva a che vedere con i 150 anni dell'Unità, approvava il seguente testo:

     «Art. 7-bis. - (Istituzione della festa nazionale per la Celebrazione del 150º anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia) – 1. Il giorno 17 marzo 2011, ricorrenza del 150º anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia, è dichiarato festa nazionale.

     Ovvero il Parlamento decideva d’inserire nel calendario delle Feste nazionali, il 17 Marzo, giorno che, rammentasi, corrisponde all'insediamento, nel 1861, del primo Parlamento italiano.

     A questo proposito occorre rilevare che se una festa del genere potrebbe essere ritenuta valida per un Nord che fu invasore e che attraverso la conquista del Sud potè risolvere quasi tutti i suoi atavici problemi finanziari, ben altro vale per un Sud che, prima immotivatamente invaso, fu poi dilaniato da una violenta guerra civile nonché impietosamente impoverito a livello economico, industriale e culturale. Volendo fare un paragone sarebbe come dire, ad esempio, che il governo polacco decida di festeggiare la tragica invasione di Hitler avvenuta, a causa Danzica, nel 1939.

    Pertanto correttezza vorrebbe che certi avvenimenti non vadano festeggiati ma, al limite, ricordati e celebrati; e ciò volendo tener conto della rilevanza che, comunque, ha poi assunto il raggiungimento di quell' unità della italica penisola che, già auspicata da Dante, Petrarca e soprattutto dall'Alfieri, ha visto, appunto nel 1861, la sua realizzazione.

PRESENTAZIONE ALLA CAMERA DEI DEPUTATI (Palazzo San Macuto) di “QUELL’ AMARA UNITA’ D’ITALIA”

     A seguito della presentazione l’8 giugno 2010, promossa dall'On. Iannaccone, presso Palazzo San Macuto (Camera dei Deputati) del saggio di Dora Liguori "Quell'amara Unità d'Italia" (Fatti e misfatti di un'azione politica e militare poco conosciuta, anzi mistificata, che rese possibile ai Savoia la conquista del meridione d'Italia) venivano previste una serie d’iniziative per il ripristino, nel corso delle celebrazioni per l’Unità d’Italia, di una più attenta rilettura della storia. E ciò nell’ottica di rendere dignità a quelle popolazioni del Sud dell’Italia che molti lutti e devastazioni ebbero a subire, attraverso un'invasione non certo pacifica, nel 1861, dell'esercito piemontese, in nome di questa Unità.

     In logica con quanto sopra detto, nel corso della conversione, al Senato, del DL Bondi, essendo stato introdotto un emendamento che, poco tenendo conto dei sentimenti e delle sofferenze subìte dal Meridione, istituiva il 17 Marzo (giorno nel quale, conclusasi l’invasione del Sud, Vittorio Emanuele II di Savoia, si autoproclamava Re d’Italia) la Festa dell'Unità d'Italia veniva, in sede di conversione alla Camera, sempre del citato D.L. Bondi, presentato dall’On. Iannaccone ed altri (Gruppo misto “Noi Sud”), un emendamento soppressivo della festa del 17 Marzo. L’emendamento, non accolto, veniva commutato nel presente Ordine del Giorno:

Atto Camera

Ordine del Giorno 9/3552/3

presentato da ARTURO IANNACCONE, BELCASTRO, MILO, SARDELLI.

SEDUTA N. 342 DEL 23 GIUGNO 2010 - ACCOLTO IL 24/06/2010 CON PARERE FAVOREVOLE DEL GOVERNO

O.D.G.

La Camera, premesso che:

gli avvenimenti che, all'interno della costruzione dell'Unità d'Italia, caratterizzarono la conquista del Sud da parte del Regno del Piemonte, sono pieni di episodi che, spesso tragicamente, colpirono i sentimenti delle popolazioni meridionali; la ricerca e il ripristino di una più puntuale verità storica rappresenterebbe il miglior modo di celebrare l'Unità d'Italia, impegna il Governo ad attivarsi affinché, nel corso delle varie iniziative culturali previste dall'articolo 7-bis del provvedimento in esame, si arrivi ad un sereno approfondimento delle ragioni di tutti, dando il giusto risalto e la giusta visibilità a quella parte della nostra storia, che, ancora oggi negata, è invece parte integrante e umanamente dolorosa dei fatti, intercorsi tra il 1860 e il 1870, subiti dalle popolazioni del Meridione.

Sempre a seguito dell’ O.d.G. della Camera e della presentazione del libro “Quell’Amara Unità d’Italia” sono state presentate tre interrogazioni parlamentari che di seguito pubblichiamo.

Interrogazione a risposta scritta

al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’interno:

per sapere - premesso che:

  • l’Unità d’Italia sia da ritenersi patrimonio comune e imprescindibile degli italiani;
  • le celebrazioni del 150° della sopracitata Unità rappresentino occasione validissima per rendere testimonianza e opportuna memoria per le sofferenze subite da tutte le parti in causa, principalmente dal Sud, che ebbero a combattere;
  • sarebbe un sacrosanto principio di carità e morale il non formulare distinzioni fra vittime di uno stesso Paese, soprattutto se civili;
  • sarebbe da ritenere principio sacro di tutti i Paesi democratici non temere l’emergere di verità, ancorché scomode;
  • risulti davvero inspiegabile, oltre che anacronistico, il permanere, come avviene in Italia, dopo 150 anni del segreto di Stato su oltre 150 mila pagine di documenti riferibili ai processi unitari;
  • in data 26/10/2007, con propria mozione unanime, il Consiglio Regionale della Campania invitava la Presidenza del Consiglio alla desegregazione dei documenti sopra citati e relativi al Mezzogiorno d’Italia nel periodo fra il 1860/70, nonché contestualmente l’istituzione di una giornata della memoria per le tante vittime del Sud;
  • si chiede, se non ritengano di voler esaudire le richieste sopra espresse, oltre che dalla Giunta Regionale, anche da parte di migliaia di cittadini, affinché sia possibile, con il libero accesso a tutta la documentazione esistente, dare, al Sud, giusta memoria della sua storia e con essa una visione più puntuale del fenomeno definito a posteriori “Risorgimento”.

23/07/2010

On. Iannaccone

 

Interrogazione a risposta scritta

al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’interno:

per sapere - premesso che:

  • l’Unità d’Italia sia da considerarsi patrimonio acquisito e imprescindibile per gli italiani;
  • le celebrazioni del 150° della sopracitata Unità dovrebbero essere momento ed occasione per una maggiore aggregazione nazionale, e che ciò può essere conseguito rendendo testimonianza e opportuna memoria per le sofferenze subite da tutte le parti in causa, e quindi principalmente dal Sud, che ebbero a soffrire e combattere;
  • sarebbe un sacrosanto principio di carità e di senso morale il non formulare distinzioni fra vittime di uno stesso Paese, soprattutto se civili;
  • sarebbe da ritenere principio irrinunciabile di tutti i Paesi democratici non temere l’acquisizione di verità, ancorché scomode;
  • risulti oltre che inspiegabile, anacronistico, il permanere, come attualmente avviene in Italia, dopo 150 anni, di un “segreto di Stato” su oltre 150 mila pagine di documenti riferibili ai processi unitari;
  • in data 26/10/2007, con propria mozione unanime, il Consiglio Regionale della Campania nonché altri comuni del Sud invitavano la Presidenza del Consiglio alla esegregazione dei documenti sopra citati e relativi al Mezzogiorno d’Italia nel periodo fra il 1860/70, nonché contestualmente l’istituzione di una giornata della memoria per le tante vittime del Sud;
  • si chiede, se non si ritenga opportuno voler accogliere le richieste sopra espresse, dalla Giunta Regionale della Campania e da migliaia di cittadini, affinché sia possibile, ottenere libero accesso a tutta la documentazione esistente; con ciò restituendo al Sud giusta memoria della sua storia e con essa una visione più puntuale del fenomeno definito a posteriori “Risorgimento”.

29/07/2010

On. Formisano

 

Interrogazione a risposta scritta

al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’interno:

per sapere - premesso che:

  • l’Unità d’Italia sia da considerarsi patrimonio acquisito e imprescindibile per gli italiani;
  • le celebrazioni del 150° della sopracitata Unità possano essere anche un’utile occasione per rendere testimonianza e opportuna memoria per le sofferenze subite da tutte le parti in causa, principalmente dal Sud, che ebbero a soffrire e combattere;
  • sarebbe un sacrosanto principio di carità e di senso morale il non formulare distinzioni fra vittime di uno stesso Paese, soprattutto se civili;
  • sarebbe da ritenere principio irrinunciabile di tutti i Paesi democratici non temere l’emergere di verità, ancorché scomode;
  • risulti davvero inspiegabile, oltre che anacronistico, il permanere, come avviene in Italia, dopo 150 anni del segreto di Stato su oltre 150 mila pagine di documenti riferibili ai processi unitari;
  • in data 26/10/2007, con propria mozione unanime, il Consiglio Regionale della Campania nonché altri comuni del Sud invitavano la Presidenza del Consiglio alla desegretazione dei documenti sopra citati e relativi al Mezzogiorno d’Italia nel periodo fra il 1860/70, nonché contestualmente l’istituzione di una giornata della memoria per le tante vittime del Sud;
  • si chiede, se non ritengano di voler esaudire le richieste sopra espresse, oltre che dalla Giunta Regionale, anche dalle migliaia di cittadini, affinché sia possibile, ottenere libero accesso a tutta la documentazione esistente; con ciò restituendo al Sud giusta memoria della sua storia e con essa una visione più puntuale del fenomeno definito a posteriori “Risorgimento”.

29/07/2010

Sen. Morra

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data news: 19 ott 2010

Articolo stampato da LSDmagazine: http://www.lsdmagazine.com intervista a Dora Liguori

      In occasione dei 150 anni dall’unità d’Italia abbiamo avuto la possibilità, noi di LSDmagazine di intervistare l’autrice del libro: “Quell’”amara” Unità d’Italia“, e di “Memento Domine“, romanzi storici entrambi ambientati negli anni immediatamente successivi a quella che la Liguri stessa definisce “la conquista del meridione borbonico”.Edito dalla Sibylla Editrice, il nuovo romanzo-saggio storico della scrittrice di origini campane da tempo residente a Roma, recita nel sottotitolo “Fatti e misfatti di un azione politica e militare poco conosciuta, anzi mistificata, che rese possibile ai Savoia la conquista del meridione d’Italia”. “Mistificata”?? C’è qualcosa che non torna…

     Mazzini, Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele sono o non sono gli artefici della liberazione delle regioni meridionali dal terribile giogo borbonico?? Che fine hanno fatto l’arretratezza e la proverbiale povertà del popolo del Sud costretto alla fame dalla monarchia assoluta e dalla Chiesa locale corrotta (oggi invece chi è l’affamatore nel “Libero Stato” unitario vanto di Camillo Benso conte di Cavour?)? Urge un vis à vis chiarificatore con la “fantasiosa” scrittrice, alla quale chiederemo di ritrattare le sue accuse nei confronti dei padri fondatori della Nazione italiana, terra magica di navigatori, santi e santoni, ed anche poeti. Le più odiose imputazioni sono quelle rivolte dall’autrice nei confronti del povero (San) Giuseppe Garibaldi, padre putativo del Bel paese,che sottolineo essere tutto (da nord a sud) bello nonostante il torinese Carlo Levi affermasse nel 1942, con buona pace di Calabria e Sicilia, che “Cristo si è fermato ad Eboli”, fornendo così al Senatur l’antecedente letterario e storico alla sua proposta di (ri)Secessione,questa volta fermando i “terroni” sulla sponda meridionale del Po. Leggendo la prefazione del suo ultimo libro: “Quell’ “amara” Unità d’Italia” lei cita tutti i popoli dell’ex Regno delle due Sicilie uniti nella rivolta contro l’invasore piemontese fuorché uno: il pugliese, perché? No, Non è vero che non cito i pugliesi. Posso però affermare che notizie di sollevamenti di popolo in terra di Puglia contro i piemontesi, che si ebbero dappertutto nel ex regno borbonico specie nel salernitano e nel potentino, non risultano dalle carte degli archivi da me consultati.

      Unica eccezione: Gioia del Colle dove agiva il brigante, ex sergente dell’esercito borbonico, Pasquale Romano, già luogotenente della famosa banda di Crocco. Per onor di cronaca, le principali battaglie tra le formazioni irregolari di briganti e l’esercito sabaudo si tennero soprattutto in Lucania o Basilicata che dir si voglia. In molti ultimamente tra giornalisti, storici, musicisti e scrittori si interessano del Risorgimento e delle complesse vicissitudini post-unitarie, come è maturato in lei questo desiderio di rimettere in discussione i dogmi della storiografia ufficiale? Successe tutto per caso quando in un archivio, vent’anni fa, trovai aprendo un cassetto sbagliato, una lettera firmata da Giuseppe Garibaldi, rivolta a suo figlio. Al Menotti, l’ “Eroe dei due mondi” raccontava taluni retroscena sul suo rapporto con il sovrano, condendoli con forti espressioni sintomo della poca stima che il Garibaldi nutriva nei confronti dell’augusta persona del Re Vittorio Emanuele. Così dopo un primo momento di incredulità e tanta confusione, avverti un’irrefrenabile desiderio di provare a comprendere almeno in parte le complesse dinamiche di quel periodo disgraziato. Così, per hobby direi, ho iniziato a dedicare ilmio tempo libero, specie nei weekend, curisando nelle biblioteche di mezza Italia, trovando buon materiale soprattutto in quelle diocesane. Allora non pensavo che avrei mai scritto un libro su questi difficili argomenti, quindi men che meno due, ma non si poteva ieri, e non si deve oggi restare indifferenti al dolore, alle sofferenze subite dalle popolazioni meridionali, che patirono l’invasione e le terribili rappresaglie dell’esercito piemontese legittimate dalla famigerata legge Pica. Tali rappresaglie si protrassero ben oltre la resa delle brigantesse avvenuta nel 1873: esse furono le ultime a sotterrare l’ascia di guerra, dopo che tutti gli uomini abili erano stati uccisi o incarcerati. Secondo lei perché dopo più di 150 anni esiste ancora il segreto di stato su moltissimi documenti riguardanti il periodo dell’unificazione nazionale? Non so perché ciò avvenga, so solo che si tratta di una cosa indegna per uno stato che si defisce democratico. Talvolta, molto subdolamente, si raggiunge anche il paradosso allorché si nega l’esistenza del segreto di stato e la segregazione dei documenti, mai quali atti risultano costantemente irreperibili negli archivi. Ad esempio il noto storico Molfese trovò per caso un documento di particolare importanza: la relazione Massari. lo storiografo il giorno dopo dichirò che, avendo enumerato di persona le pagine del fascicolo il giorno prima, mancavano all’appello il giorno dopo perchè probabilmente sottratte circa venti pagine al totale della relazione.

     In questi ulitimi mesi si sono susseguite tre interrogazioni parlamentari, firmate da esponenti di governo e di opposizione (IDV, PDL e Noi Sud) ma che ahimè fino ad oggi sono rimaste inascoltate, lettera morta. Perché la Massoneria inglese avrebbe avuto interesse, pragmaticamente parlando, a riunificare l’Italia con la conseguente distruzione del Regno delle due Sicilie? Prima di tutto perché non correva buon sangue tra la cattolicissima famiglia reale dei Borboni ed i vertici della Massoneria Inglese la quale fu oggetto di due scomuniche, tra cui ricordo la bolla “In eminenti apostolatus” del 1738 di Clemente XII. I motivi pragmatici oggetto dell’interesse e del conseguente appoggio della massoneria al progetto espansionistico dell’indebitatissimo regno di Savoia furono due: I) le concessioni per lo sfruttamento delle ricche miniere di zolfo in Sicilia, II) vista la prossima apertura del canale di Suez, era necessaria la distruzione della marina mercantile borbonica che era la più vasta in Europa dopo quella Inglese, e che vista la posizione strategica del meridione d’Italia, quale ponte proteso nelle acque del Meditterraneo, poteva costituire una seria minaccia per le rotte e le stazioni commerciali inglesi presenti nel “Mare nostrum”. Cavour giocò un ruolo fondamentale nella partita, essendogli come tutti i liberali convinti un massone di alto grado, nel coinvolgere anche la massoneria francese che avrebbe fatto da garante a favore dell’indebitatissimo Piemonte nei confronti dei principali creditori dello stato Sabaudo cioè i Rothschild e gli Hambro, e garantendo in cambio l’esistenza sul suolo italiano di logge fedeli all’obbedienza del Grande Oriente. Cosa successe veramente a Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele? Vi fu un incontro che più che freddo sarebbe corretto definire glaciale tra Vittorio Emanuele e Garibaldi,dopo che l’esercito regolare piemontese aveva già accerchiato quello garibaldino, il Re pronunziò le famose parole: “Generale, si riposi!” così spogliando di fatto da ogni incarico e comando il nizzardo che sconsolato gli toccò obbedire. Solo alcuni ufficiali delle camicie rosse vennero integrati tra gli effettivi del nuovo esercito nazionale, mentre la grandissima parte di questi patrioti idealisti tornò alle proprie occupazioni senza alcuna gratificazione. Si ha notizia di numerosi garibaldini, delusi dalle vicende e dalla politica del nuovo regno, i quali confluirono successivamente nelle file dei briganti o meglio dei partigiani meridionali. Su quali fonti storiografiche, documenti o altro, basa le sue ricostruzioni storiche di quel periodo disgraziato che furono per le popolazioni meridionali i decenni sessanta e settanta del 1800? I documenti da me visionati nel corso di questi anni, sono conservati negli archivi di Potenza, Matera, Roma, Napoli, Torino, anche se bisogna sempre ricordare che il visitatore non ha libero accesso alla consultazione della maggior parte dei manoscritti e documenti di quel periodo. In ogni caso non capisco perchè storici di acclarata fama e competenza, se in buona fede, non si documentino prima di raccontare la trita favola dei mille superuomini che male armati e senza alcuno aiuto esterno avrebbero sbaragliato un’esercito dieci volte più numeroso, ma terribilmente comandato da ufficiali incompetenti (in più casi questi”ufficiali” finirono chissà come eletti deputati al parlamento del neonato regno d’Italia). Sfogliando queste carte ho scoperto l’esistenza, istituita grazie a quel vaso di Pandora che fu la legge Pica, del primo lager della storia in territorio italiano: il lager di Fenestrelle nel novarese cui fecero seguito quelli di San Maurizio canvese, di Forte di Priamar presso Savona ed altri ancora. In tutto vennero deportati in queste località 40.000 uomini del disciolto esercito borbonico. Oltre al danno anche la beffa poichè in tutta Napoli non esiste una targa commemorativa intitolata ad un personaggio borbonico; unica eccezione, largo, via, darsena, sottopasso Acton, dedicati all’ammiraglio borbonico Ferdinando Acton che divenne nel 1869, cioè nove anni dopo la conquista garibaldina del Regno delle due Sicilie, Capo di stato maggiore sulla corazzata “Roma”, e qualche anno dopo Ministro della Marina Italiana dal 1879 al 1883; chiaramente era anche senatore del Regno… Bibliografia: -”Quell’ “amara” Unità d’Italia”, Modugno(Bari) 2010, pagine 302, Sibylla Editrice, euro 15.00; -”Memento Domine”, Matera 2003, pagine 296, Edizioni A.C.M. Matera-Roma, euro 13.00.

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data news: 02 set 2010

Interrogazione Senatore On. Carmelo Morra

      Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-03589 Atto n. 4-03589 Pubblicato il 3 agosto 2010 Seduta n. 418 MORRA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'interno. - Premesso che: l'Unità d'Italia è da ritenersi patrimonio comune e imprescindibile degli italiani; le celebrazioni per il 150° dell'unità rappresentano un'occasione validissima per rendere testimonianza e opportuna memoria alle sofferenze subite da tutte le parti in causa, principalmente nel Sud, che ebbero a combattere; a tale scopo tutti i Paesi democratici non dovrebbero rinunciare a far emergere la verità storica senza alcun timore; all'interrogante risulta che per quanto attiene alla storia dell'unità d'Italia siano ancora numerosissimi i documenti non portati alla luce, custoditi in vari e diversi archivi (150.000 pagine di documenti riferibili ai processi unitari); da numerosi settori della società si chiede, con sempre maggiore insistenza, di poter prendere visione di detta documentazione, particolarmente di quella relativa al meridione d'Italia riguardante il periodo fra il 1860 e il 1870, si chiede di sapere se il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro in indirizzo siano a conoscenza della documentazione sopra richiamata e, in caso affermativo, se ritengano di adoperarsi nei modi e con i tempi che si riterranno più opportuni, al fine di consentire il libero accesso a tutta la documentazione esistente per dare al Sud giusta memoria della sua storia e con essa una visione più puntale del fenomeno definito a posteriori "Risorgimento".

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